Blade Runner e i suoi finali - Wikipedia - InchiostroVerde.it
Nel panorama della fantascienza blasonata, emerge un’opera visivamente straordinaria che indaga sull’essenza della vita.
Esiste un’opera cinematografica che è un cult pieno di significato. Oltre a essere visivamente potente, si pone domande sull’esistenza, sull’importanza dei ricordi, su quale sia l’essenza degli esseri umani.
Per comprendere pienamente la sua grandezza, è essenziale riflettere sui finali differenti, o sulle versioni che sono state proposte e che alterano il modo in cui lo spettatore interpreta il senso del film.
Questa opera così complessa e profonda, con mille chiavi di lettura è Blade Runner, il capolavoro del 1982 diretto da Ridley Scott.
Ai tempi un film di questa portata, scatenò qualche disaccordo con la produzione e la visione del regista ed è per questo motivo che ci sono finali diversi, che offrono al pubblico visioni discordi su questo mondo del futuro.
Il the end più noto è la Theatrical Cut (1982). In questa versione, il film si chiude con un lieto fine consolatorio, tendenzialmente fan service. Infatti, Deckard e Rachael fuggono insieme, verso un futuro incerto, ma vivi. La voce narrante spiega la lunga vita concessa a Rachael, suggerendo una speranza.
L’effetto è rassicurante, conforta lo spettatore: Deckard, umano, ha scelto l’’amore e la ribellione contro il sistema che schiaccia i replicanti. Una catarsi per il pubblico.
Ridley Scott nel 1992 stravolge tutto con la sua Director’s Cut. Elimina la voce fuori campo e sopprime il finale speranzoso. Aggiunge invece la sequenza del sogno dell’unicorno. Questa immagine onirica surreale in un contesto altrimenti materialista e cupo, introduce un dubbio profondo. Il sogno potrebbe essere un ricordo impiantato e se Gaff conosce quel sogno, allora Deckard potrebbe essere un replicante. Non è più una questione estetica, ma ontologica. Il finale lascia lo spettatore con un quesito: cosa rende gli esseri umani speciali?
Nel 2007 arriva il Final Cut. Una versione che Scott definisce “definitiva”, che conserva il sogno, elimina le spiegazioni esplicite, rinforza l’ambiguità. Il simbolo dell’unicorno, il foglietto origami lasciato da Gaff, gli sguardi e le fotografie: tutto converge verso un possibile dramma interpretativo, senza risolverlo. Deckard appare come un essere che potrebbe essere replicante; ma anche se lo fosse, ciò non decreta la sua inumanità. Il film chiede allo spettatore: “Quanto contano le origini, se le emozioni sono reali, se il desiderio di esistere, di amare, è autentico?”. Una profondità di pensiero senza eguali.
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