L’Ilva e i soldi che non si trovano

ILVA NUOVATARANTO – Era l’autunno del 2012 quando su queste colonne (con un articolo intitolato “Riva, tra Brasile e Cassa Depositi” pubblicato il 21 novembre 2012) avanzammo l’ipotesi di un possibile intervento dello Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, per finanziare i lavori di risanamento degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva previsti dalla nuova “AIA” rilasciata nell’ottobre dello stesso anno dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Un’ipotesi che su queste colonne abbiamo sempre presentato come pericolosissima, visto che si parla dei soldi dei cittadini italiani (oltre 230 miliardi di euro sono stati depositati da 24 milioni di cittadini italiani su un libretto di risparmio oppure investiti nei Buoni fruttiferi postali) che porta dritti all’idea della nazionalizzazione del siderurgico, caldeggiata soprattutto dai sindacati e dalla maggior parte dei partiti della sinistra italiana, ancora ancorata ad un’idea di Stato che ha smesso di esistere da diversi decenni.

Tra l’altro, in molti avranno senz’altro dimenticato (o forse non l’hanno mai saputo) che l’intervento diretto della Cdp ha rischiato di essere inserito nel testo della legge 89 del 4 agosto scorso, quella con la quale si stabilì il commissariamento dell’Ilva. Parliamo di un emendamento depositato nel corso della conversione in legge del decreto legge del 4 giugno, poi “stranamente” svanito nel nulla. Si trattava di un articolo aggiuntivo – il 2 bis – con il quale si disponeva che il commissario potesse richiedere al Fondo strategico italiano Spa, istituito presso la Cassa Depositi e Prestiti, “in caso di comprovata impossibilità di disporre delle risorse finanziarie della società proprietaria dello stabilimento di interesse strategico nazionale le somme necessarie all’esecuzione delle disposizioni previste dall’AIA. In cambio, come corrispettivo di queste somme sono conferite al Fondo quote azionarie della società proprietaria dello stabilimento che possono eventualmente essere riacquistate dalla società”. Del resto, anche se in forma diversa, è la stessa operazione che è stata varata con l’ultima legge sull’Ilva, la numero 6 del 6 febbraio 2014: il famoso aumento di capitale (che su queste colonne abbiamo sempre definito l’unica vera strada per un eventuale salvataggio dell’Ilva Spa) attraverso anche e soprattutto la cessione di quote azionarie della società ad investitori terzi interessati a subentrare alla gestione del siderurgico.

Dunque, appare alquanto anacronistica e fuori luogo la sorpresa con cui in tanti hanno reagito alla notizia pubblicata sul “Sole24Ore” e sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” di sabato, in merito all’ipotesi di un “prestito ponte” di 4-500 milioni di euro che Bondi e Ronchi avrebbero paventato al neo ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, per avviare i primi cantieri per i lavori previsti dall’AIA (del resto proprio pochi giorni fa ponevamo il quesito sul senso di ordinare da parte di Ilva commesse ad aziende che attualmente non si possono pagare). Prestito ponte a cui dovrebbe contribuire anche la BEI (la Banca Europea degli Investimenti). Anche in questo caso c’è poco da stupirsi: perché l’intervento è auspicato da almeno un paio di anni in particolar modo da Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione Ue. Tra l’altro, in questo caso c’è già un precedente: in molti forse non ricordano (o anche in questo caso non sanno), che il 16 dicembre del 2010 la Riva Fire S.p.A ottenne dalla Banca europea per gli investimenti un prestito di ben 400 milioni di euro a favore della società: 200 milioni subito ed ulteriori 200 concessi il 3 febbraio 2012. Tra l’altro si trattava di finanziamenti ben scorporati: 140 alla Ilva S.p.A. e 60 alla Rive Fire S.p.A. Il progetto, si leggeva sul sito ufficiale della BEI, riguardava un programma di investimenti “in un impianto in acciaio di grandi dimensioni”. Evento che denunciammo su queste colonne nel dicembre del 2012, nel solito silenzio generale.

Del resto, tornando all’ipotesi di un intervento della Cassa Depositi e Prestiti, c’è poco da meravigliarsi. Lo scriviamo da anni, ed oramai è un’ovvietà stucchevole da ripetere: l’Ilva Spa non dispone delle risorse finanziarie per attuare l’AIA. Le banche esposte finanziariamente per oltre un miliardo di euro nei confronti della scoietà (Unicredit, Banca Intesa e Banco Popolare), hanno già dichiarato in tempi non sospetti che potrebbero finanziare il piano industriale 2014-2020 soltanto dopo aver ricevuto precise garanzie sull’applicazione del piano ambientale. Senza il quale Bondi non può presentare il business plan sul futuro del siderurgico. Investitori italiani ed esteri, a parte le solite boutade che ogni tanto arrivano dal mondo finanziario italiano, non ce ne sono. Era quindi scontato che Bondi e Ronchi prima o poi pensassero di rivolgersi alla Cassa Depositi e Prestiti.

La situazione dell’Ilva di Taranto è un gatto che si morde la coda da quasi due anni. Le quattro leggi varate per il siderurgico, non sono servite ad altro che ad allungare quanto più possibile i tempi. Ma i granelli della clessidra prima o poi finiranno. E a quel punto si dovranno fare i conti con la realtà. Che vorrà dire impianti fermi, operai a casa (in solidarietà e cassa integrazione per i più fortunati) e risanamento ambientale sempre più lontano. Auguri. 

Gianmario Leone (TarantoOggi, 10.03.2014)

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