Emergenza Mar Piccolo, non c’è più tempo da perdere

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TARANTOLanciare un sasso nello stagno. Il convegno organizzato ieri mattina (17 novembre) dal Cnr, nell’ambito del Polo Scientifico Tecnologico “Magna Grecia”, in collaborazione con il Comune, aveva soprattutto questa finalità: mandare un input affinché si renda possibile il recupero ambientale e produttivo del Mar Piccolo.

«La situazione relativa alla mitilicoltura ionica risulta stagnante – ha spiegato Nicola Cardellicchio, responsabile dell’Istituto per l’ambiente costiero di Taranto – per questo motivo abbiamo deciso di presentare le nostre idee progettuali. La prima cosa da fare è quella di identificare le fonti di contaminazione che potrebbero essere ancora attive per bloccarle. Poi bisogna studiare e scegliere le migliori tecnologie di bonifica da adottare, che dovranno comportare un basso costo ed impedire la diffusione degli inquinanti per risolvere definitivamente il problema»

La richiesta lanciata dal Cnr è chiara: bisogna essere estremamente rapidi sia per l’individuazione delle risorse economiche sia per l’attuazione degli interventi di risanamento. Di tempo, in realtà, se n’è già perso troppo, come ha confermato la dottoressa Ester Cecere, anche lei del Cnr: «Si sarebbe potuto intervenire almeno una decina di anni fa – ha dichiarato al Corriere – noi abbiamo denunciato la gravità della situazione in più occasioni ma il versante istituzionale non ci ha ascoltato».

Il dottor Cardellicchio ha lanciato un ulteriore appello: «Sollecitiamo il Consiglio Comunale a prendere una posizione forte su un punto: il mar Piccolo deve continuare ad essere riservato alla mitilicoltura». Dello stesso avviso la dottoressa Cecere: «In questo specchio d’acqua non c’è spazio per porticcioli, imbarcazioni da diporto ed altre attività che avrebbero un impatto notevole sugli organismi viventi. Nel Mar Piccolo vanno bene solo attività innocue come il canottaggio. Su questo punto noi ricercatori siamo molto chiari. Ci auguriamo che il nostro messaggio venga recepito dagli altri».

Il tema del disinquinamento è stato affrontato nel corso della tavola rotonda tenuta in tarda mattinata che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dei rappresentanti di Regione, Asl, Università di Bari, Politecnico, Arpa Puglia e Dipar. Sui percorsi da seguire è intervenuto Giovanni Campobasso, dirigente regionale del Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica: «C’è la necessità di istituire sia un tavolo di concertazione che un tavolo tecnico, la cosa essenziale è fare sistema – ed ha aggiunto – poiché la gran parte dell’area ricade nel Sin (sito contaminato di interesse nazionale) è in corso anche una corrispondenza con il Ministero dell’Ambiente. Per quanto riguarda lo stanziamento delle risorse necessarie per il risanamento siamo in attesa di raggiungere un accordo con il nuovo Governo. Servono decine di milioni, bisogna capire quanto è disposto a stanziare nell’immediato».

Un appello a muoversi in fretta è arrivato anche dal dottor Michele Conversano, responsabile del Dipartimento di Prevenzione dell’Asl ionica in merito al trasferimento del novellame dal primo seno del Mar Piccolo al Mar Grande: «Bisogna fare presto, prima che il Pcb superi il livello di guardia. In caso contrario saremo costretti a distruggere anche il novellame. E questo non sarebbe un problema solo per la mitilicoltura ma per l’intera città».

Resta aperto il capitolo sulle responsabilità della contaminazione, ieri solo sfiorato. Nella relazione elaborata dal servizio regionale Ciclo dei Rifiuti e Bonifica si parla delle possibili fonti primarie (l’Arsenale Militare e un sito occupato da un’azienda metalmeccanica nell’area industriale) e della fonte secondaria (sedimenti del Mar Piccolo). A margine del convegno, Cardellicchio ha detto la sua: «Purtroppo finora è mancata la volontà di risolvere il problema. Gli enti preposti sanno dove sono i depositi di Pcb. Bisogna solo capire dove sono finite queste sostanze e come possono influenzare l’eco-sistema Mar Piccolo. E’ un lavoro che può essere fatto in pochissimi mesi. Per quanto riguarda le falde, invece, si possono realizzare dei pozzi spia e analizzare le acque dei citri per appurare se ci sono dei trascinamenti».

Alessandra Congedo

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