TARANTO – Se ne è parlato tante volte della chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Cornigliano-Genova avvenuta nel 2005, ma vogliamo ricordarla quella storia, tanto diversamente gestita dalla politica locale e nazionale rispetto a ciò a cui siamo noi abituati.
La politica mostrò sicuramente maggiore attenzione alle legittime proteste di una popolazione stanca di subire gli effetti dell’inquinamento di un’industria altamente impattante sul territorio e causa, accertata da studi epidemiologici, di aumentata incidenza di patologie tumorali e respiratorie.
Dalla fine degli anni ’90, la popolazione del quartiere di Cornigliano e lavoratori si sono ritrovati uniti nel pretendere il rispetto dei propri diritti e, seppur da differenti punti di vista, concordi nel ritenere necessario chiudere l’area a caldo dell’acciaieria. Popolazione e lavoratori determinati, ma anche un sindaco, Giuseppe Pericu, col coraggio di emettere un’ordinanza di chiusura in considerazione di un’autorizzazione ad operare da parte di Ilva ormai scaduta.
Sono questi i punti chiave determinanti per la svolta che a Genova, nel 2005, portò alla chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria. Già dalla fine degli anni ’90, l’attività dell’Ilva di Cornigliano fu oggetto di proteste da parte della popolazione di quella zona esasperata per gli elevati livelli di inquinanti nell’ambiente e per i rumori che disturbavano, soprattutto di notte, il sonno dei residenti.
Comune, Provincia, Regione, Ministeri Industria e Ambiente e proprietà si riunirono nel ’99 per stipulare un accordo programmatico che prevedeva la chiusura della cockeria in cambio della costruzione di un forno elettrico. Ma ambientalisti e popolazione, ancora una volta, protestarono e ricorsero al TAR Liguria ritenendo comunque inquinante l’utilizzo del forno elettrico.
Nel giugno del 2001 la Magistratura sequestrò gli impianti, ritenendo la tutela della salute prevalente sul diritto a produrre. Seguirono minacce di licenziamento per oltre mille operai e conseguenti proteste di questi che portarono il governo Berlusconi a convocare proprietà e sindacati che raggiunsero un accordo che prevedeva prepensionamenti e ricollocazioni in altri reparti degli operai che erano impiegati nella cockeria.
L’area a caldo resistette ancora qualche anno, ma ormai il destino era segnato: si andava verso la chiusura che avvenne nel 2005 quando fu spento l’altoforno 2. Certamente una storia diversa da quella che vede protagonista l’Ilva di Taranto, ma con alcuni aspetti in comune: impatto ambientale, vicinanza dell’industria alle abitazioni, danno sanitario accertato.
Per Genova non vi sono stati dieci decreti a contrastare l’azione della magistratura e l’ordine di grandezza dell’acciaieria e l’importanza strategica era ben diversa da quella dell’Ilva di Taranto, ma sicuramente, nella città ligure, la forza delle proteste e soprattutto la forza della politica locale vinsero su qualunque resistenza dell’industria. Una storia che noi di Taranto dovremmo sempre ricordare.
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