Paolo VI: il deserto della periferia tra terra bruciata e germogli di vita

TARANTO – Quartieri col deserto intorno, peggio delle oasi, perché nei viali che li attraversano, spesso, di verde non c’è neanche l’ombra. Palazzi, solo palazzi dalle architetture minimaliste e strade vuote e la monotonia di un paesaggio spoglio a vista d’occhio. È la condizione che caratterizza tante periferie delle nostre città. Niente negozi, niente uffici, zero servizi. D’estate è peggio perché il sole rende più evidente il nulla.

Colonne di fumo si innalzano intorno alla periferia urbana: il fuoco brucia arbusti, alberi, perfino pali del telefono e lascia solo pietre annerite e gusci vuoti di lumache. In lontananza, le ciminiere dell’ilva ricordano a chi non lo sapesse che siamo a Taranto.

Un cartello enorme indica l’ingresso al Parco del Mirto: la scritta è sbiadita, anch’essa bruciata dal sole. Inaugurato nel 2011, il parco doveva rappresentare un’occasione di valorizzazione del quartiere Paolo VI. Viottoli con percorsi benessere si snodano tra arbusti di mirto e alberi di carrubo e pino, in alcune zone anche qui bruciati.

Resta poco delle recinzioni in legno, degli attrezzi sportivi e di quant’altro arredava il parco. Sempre più il deserto penetra anche qui e come un cancro distrugge tutto. Qualcuno si aggira tra i viottoli, forse per spacciare, forse per cercare un minimo di refrigerio nella calura estiva. – Dov’è il bello? – mi chiedo, certo che è presente anche lì, dove non ci sono piste ciclabili, insegne luminose, vetrine eleganti e dove la sera non c’è movida.

Viene da pensare che il deserto, nelle nostre periferie, entri anche nell’animo della gente e allunghi le distanze tra chi ci vive e il resto del mondo. L’abitudine al deserto è il vero rischio, perché il vuoto intorno può divenire normalità, aumentando le distanze sociali, economiche, mentali. Non devono bruciare anche le speranze di chi vive qui, come la campagna tutt’intorno. Più forte deve essere il sostegno sociale e la vicinanza delle istituzioni. Non scandalizziamoci in modo esagerato se qualche ragazzo vandalizza le panchine dei viali di una qualunque periferia, dopo che da sempre è stato abituato ad una realtà senza fronzoli.

Bisognerebbe continuare a valorizzare quanto di bello ancora c’è in queste periferie urbane e sociali, non lasciando soli soprattutto i più giovani, combattendo quel processo di desertificazione che emargina e allontana. E un ruolo importante e meritorio nel fare ciò lo hanno scuole, parrocchie e associazioni, particolarmente attente alla realtà di una periferia che deve ritrovare il senso del bello. E tra viali senza marciapiedi, auto smontate e il fumo della campagna attorno che brucia, trovo finalmente il bello in una piazzetta trasformata in campo di calcio, con le porte disegnate sui muri dei palazzi e i ragazzini che inseguono il pallone. In fondo la fantasia è una risorsa infinita che nessun deserto farà mai morire.

Giuseppe Aralla

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