Bevande e salute: bere con consapevolezza

L’atto del bere è quanto di più naturale e abitudinario possa esservi, al pari e più del mangiare. Sfortunatamente il consumo di bevande non sempre è accompagnato dalla consapevolezza di cosa realmente stiamo introducendo. Vediamo insieme cosa si nasconde dietro il consumo delle più comuni bevande, pregiudizi, miti e credenze! Parleremo di acqua, latte, caffè, vino, bibite gassate e succhi di frutta e ne divideremo la trattazione in questo e in un prossimo articolo.

Iniziamo dall’acqua. Quanto questa sia preziosa ed indispensabile è facilmente intuibile se pensiamo che un naufrago che non abbia acqua a disposizione, difficilmente sopravvivrebbe oltre una settimana. Se ne avesse, invece, potrebbe arrivare a vivere fino a quattro settimane, in concomitante assenza di cibo. Il principale ruolo dell’acqua nell’organismo, è quello di eliminare le scorie che l’instancabile laboratorio del metabolismo produce, anche nel digiuno.

Tra urina, respiro e sudore si perdono circa due litri di acqua al giorno. Mentre tutti abbiamo riserve di grasso (ovviamente di entità variabili) da utilizzare come fonte di energia per sopravvivere in caso di digiuno o di limitato apporto calorico, nessuno possiede riserve di liquidi corporei, per cui reintegrare quelli persi è assolutamente indispensabile, bevendo almeno un litro e mezzo di acqua al giorno, ma anche facendo consumo di brodi, minestroni, verdure e frutta, ricchi di acqua. Oligominerale (ovvero con pochi sali discioltivi), minerale o di rubinetto, purchè la si beva. (La qualità dell’acqua che esce dai rubinetti viene attentamente controllata. Se non è abitudine comune il consumarla, è probabilmente per motivi di sapore: se in alcune zone non ha un sapore molto buono, questo dipende dai trattamenti di potabilizzazione cui è sottoposta, ma sarebbe certamente sicuro un suo consumo).

Un rapido accenno al latte vaccino: benché allo stato liquido, è un alimento a tutti gli effetti, per cui non bisogna abusarne, benché il suo elogio sia un rituale a cui nessun Nutrizionista che stia con la scienza medica ufficiale può sottrarsi. Casi di intolleranza al lattosio, lo zucchero del latte, possono essere bypassati con l’utilizzo di quelli delattosati, più digeribili. Bambini, donne in gravidanza e in allattamento, il cui fabbisogno di proteine, calcio e vitamina D è superiore, ne trovano nell’assunzione del latte un apporto ottimale, dal momento che quasi due terzi del fabbisogno giornaliero raccomandato di calcio si trova in latte e derivati.

Il caffè: fa male? Fa venire i tumori e l’infarto? Quanto se ne può prendere senza pericolo? Risposte sicure e definitive a questo quesito, la Scienza ancora non è in grado di fornirne perché le sperimentazioni cliniche non permettono raffronti statisticamente ineccepibili sulle abitudini relative ad alimentazione e a stile di vita dei soggetti reclutati per gli studi di popolazione. Raffrontare, infatti, gruppi di persone, in merito al consumo di una stessa quantità di caffè, che siano del tutto omogenei per quanto riguarda gli altri fattori che vi si intrecciano (fumo, attività fisica, genetica, stile alimentare, peso corporeo), è pressappoco impossibile. Per cui non può fornirsi la pretesa di portare conclusioni certe sul rapporto causa-effetto fra consumo di caffè e una specifica patologia.

Si può, però, affermare che il contenuto di caffeina, a cui si imputano le maggiori responsabilità positive o negative del caffè, cambia di molto da caffè espresso del bar a caffè di casa, a caffè lungo, e da miscela a miscela. E’ verosimile che eccedere , cioè consumare da cinque a otto tazzine al dì, può determinare sollecitazioni improprie, contribuendo a un ipotetico aumento dei rischi di insonnia o modestissimo aumento della pressione (4 millimetri di mercurio al massimo), aumento del battito cardiaco, acidità gastrica. Da moderare in maniera tassativa è invece il consumo di caffè in gravidanza e in allattamento: la caffeina, in queste situazioni, resta in circolo dieci volte più a lungo, (10-15 ore anziché una e mezza), e finisce nel latte materno. (Presto la seconda parte dell’articolo).

Dott.ssa Iris Zinzi

Biologa Nutrizionista libero professionista, Taranto.

 

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