I tecnici dell’ISPRA sono già al lavoro per verificare che anche in quest’ultima versione stilata dalla Sogin, sia stata rispettata la ‘Guida tecnica per la localizzazione’ che prevede ben 15 criteri di esclusione delle aree su cui potrà essere costruito il deposito all’interno di un Parco tecnologico (un centro di ricerca). Escluse le aree vulcaniche, le località a 700 metri sul livello del mare o ad una distanza inferiore a 5 chilometri dalla costa, a sismicità elevata, a rischio frane o inondazioni e le ‘fasce fluviali’, dove c’è una pendenza maggiore del 10%. No anche per quel che concerne le aree naturali protette, che non siano ad adeguata distanza dai centri abitati, quelle a distanza inferiore di un chilometro da autostrade e strade extraurbane principali e ferrovie.
Individuate le aree potenzialmente idonee (sul quale al momento c’è un riserbo assoluto), ci saranno successive indagini a livello regionale e valutazioni socio economiche. Al momento l’ISPRA non ha indicato una data precisa ma prevede che nei prossimi giorni il materiale controllato – si tratta faldoni di migliaia di pagine fra testi e cartografie – potrà arrivare direttamente sulle scrivanie dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente. Dopo ulteriori ed approfondite valutazioni, i due dicasteri potranno dare alla Sogin il via libera per la pubblicazione della Carta dei siti potenzialmente idonei. Si dovrà quindi attendere, ragionevolmente, almeno sino agli inizi di luglio.
Dal momento della pubblicazione della Cnapi (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee) si apriranno 4 mesi di consultazione pubblica, poi si svolgerà un seminario nazionale, quindi si procederà alla localizzazione, con il deposito operativo nel 2024, dopo 4 anni di cantieri. L’operazione costerà 1,5 miliardi, nei progetti si legge che darà lavoro a 1.500 persone nel cantiere, mentre una volta finito se ne occuperanno in 700 unità. Per i comuni e le province coinvolte è stato già deciso che la bolletta elettrica consentirà di erogare le dovute compensazioni, leve che potrebbero in effetti convincere gli scettici che questo progetto – che sulla carta prevede una sicurezza totale per 300 anni, tempo entro cui le scorie si avviano a decadenza – non comporti pericoli per la sicurezza di chi vive nelle zone circostanti. Al momento le scorie sono presenti nei vari siti ex-nucleari: si tratta di 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi (75 mila a bassa e media intensità, 15 mila ad alta intensità).
Il deposito – secondo il progetto della Sogin – sarà una struttura dotata di barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie, progettata sulla base “delle migliori esperienze internazionali e secondo i più recenti standard AIEA (Agenzia internazionale energia atomica)”, che consentirà la sistemazione definitiva di circa 75 mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività e lo stoccaggio temporaneo di circa 15 mila metri cubi di rifiuti ad alta attività. Dei circa 90 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, il 60% deriverà dalle operazioni di smantellamento degli impianti nucleari, mentre il restante 40% dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca, che continueranno a generare rifiuti anche in futuro. “Il trasferimento dei rifiuti radioattivi in un’unica struttura garantirà sia la totale sicurezza per i cittadini e l’ambiente sia il rispetto delle direttive europee – conclude Sogin – allineando l’Italia ai Paesi che da tempo hanno in esercizio sul loro territorio depositi analoghi”.
Intanto però, la Sardegna e la Basilicata sono già insorte e si sono dette pronte alle barricate pur di respingere qualsiasi ipotesi che il deposito sia costruito nella propria regione. Proteste si sono levate anche in Emilia Romagna. E’ bene dunque stare in campana ed iniziare a seguire molto da vicino questa vicenda. Non soltanto per quel che concerne il deposito ex Cemerad di Statte (la cui storia infinita abbiamo avuto modo di raccontare più volte su queste colonne) dove sono ancora presenti 16.724 fusti, di cui 3.344 contengono rifiuti radioattivi mentre nei rimanenti 13.380 ci sono rifiuti decaduti. Ma anche perché già nei primi anni ottanta puntarono la nostra provincia per costruire una centrale nucleare: e all’epoca soltanto la dura lotta dei cittadini impedì uno scempio del genere. Sarebbe paradossale se a distanza di 32 anni da quelle vicende e dopo tutto quello che è accaduto ed è stato scoperto in questi ultimi anni in materia ambientale e sanitaria, la provincia di Taranto risultasse tra i “siti idonei” per questo nuovo progetto.
Gianmario Leone
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