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Elezioni regionali, a Taranto il vuoto oltre l’Ilva (Il Manifesto)

Difficilmente Taranto risponderà in massa alla chiamata alle urne di domenica. Confermando un trend negativo oramai in voga da almeno tre anni. Una lenta disaffezione e un costante distacco dalla politica cresciuto negli anni, a partire dallo scandalo del dissesto finanziario che nel 2006 fece cadere la giunta comunale di centrodestra guidata da Rossana Di Bello e che segnò il record europeo per il crack finanziario di un Comune. Un astensionismo di massa che probabilmente sarà registrato anche domenica.

A parlare chiaro più di ogni altra cosa, sono i dati sulle affluenze delle ultime tre tornate elettorali. Alla Amministrative del 2012, votò poco più del 60% (62,44%). Al ballottaggio, vinto dal rieletto Ippazio Stefàno appoggiato da tutta l’area del centrosinistra, votò invece soltanto il 43,21%: su 174mila aventi diritto al voto se ne presentarono 74.997. In 100mila preferirono astenersi scegliendo il mare o altre destinazioni. Non andò meglio alle Politiche del 2013, quando a votare fu poco più del 62%. Ma il dato che deve far riflettere è quello delle Europee dello scorso anno: su 168.660 elettori potenziali, si recarono alle urne soltanto in 71.243 (42,24 %). Il Pd ripartirà dal 37% ottenuto un anno fa, seguito a ruota dal Movimento 5 Stelle che qui ha toccato punte anche del 27%. Il centrodestra, diviso e frammentato, ripartirà dal dopo elezioni. Tutti gli altri non raccoglieranno che poche briciole.

Certo, le elezioni regionali hanno un’attrattiva diversa, presentano candidati del territorio conosciuti dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ma il problema, soprattutto a Taranto, resta prettamente politico. E sociale. Perché nessuno dei candidati alla presidenza della Regione dopo il decennio targato Vendola, ha presentato un progetto che sia uno per la città. Tutti hanno parlato pomposamente della vicenda dell’Ilva, promettendo che il primo obiettivo sarà quello di conciliare il diritto alla salute e quello al lavoro: ma sul come farlo nessuno è stato chiaro. Ancor meno chiari sono stati coloro che predicano la chiusura del più grande siderurgico d’Europa, con la conseguente riconversione economica della città. Si prospettano modelli di città come Bilbao o Pittsburgh, in una realtà come Taranto dove il turismo è ancora all’anno zero in fatto di strutture ricettive e di fruibilità delle tante ricchezze nascoste.

Stesso discorso dicasi per la valorizzazione del Borgo Antico: sono stati annunciati progetti per decine di milioni di euro che non è dato sapere come e quando partiranno. Per non parlare poi della situazione drammatica che riguarda il lavoro: oltre 70.000 disoccupati in tutta la Provincia, aziende importanti che chiudono dall’oggi al domani dopo aver sfruttato il territorio e gli incentivi statali previsti dalla legge 181 del 1989 sulle zone siderurgiche in crisi (come la Vestas e la Marcegaglia), multinazionali come il call center francese Teleperformance che occupa oltre 2mila persone che ha annunciato la societarizzazione dell’azienda e la messe in vendita del sito tarantino, o colossi come Auchan e Ipercoop che hanno annunciato tagli per decine di unità lavorative.

In tutto questo, continuano a restare impantanati i lavori per il rilancio del porto, che nelle intenzioni dei governi succedutisi dal 2012 ad oggi (quando fu sottoscritto un protocollo d’intesa) dovrebbe diventare il più grande scalo hub dell’intero mediterraneo e la vera alternativa alla grande industria presente sul territorio (oltre all’Ilva, presente qui con la raffineria Eni e la Cementir del gruppo Caltagirone): al momento, oltre all’affidamento di solo una parte dei lavori previsti, c’è che il colosso taiwanese Evergreen ha cancellato nello scorso autunno definitivamente Taranto dalle rotte transoceaniche, spostando il traffico merci internazionale nel porto greco del Pireo e le linee minori sul porto di Bari: azzerando dallo scorso gennaio il traffico container, con altri 540 posti di lavoro a rischio.

Così come resta poco chiaro il progetto sull’aeroporto di Grottaglie, scelto dalla società Aeroporti di Puglia come base logistica per lo sviluppo del settore aerospaziale dei droni: scelta che di fatto taglia definitivamente le gambe alle residue speranze di avere i voli civili che resteranno sulle rotte di Bari e Brindisi. E’ soprattutto per questi motivi che Taranto, quasi certamente, diserterà le urne. Anche perché la stragrande maggioranza dei candidati consiglieri regionali, sono volti della politica tarantina sin troppo conosciuti e sin troppo poco apprezzati dalla cittadinanza. Così come difficilmente soffieranno della stessa intensità i venti di protesta del dopo 2012, quando vi fu il sequestro dell’Ilva e lo scandalo delle inchieste che toccarono gran parte della politica locale, provinciale e regionale. Non sarà questa la primavera di Taranto.

Gianmario Leone (Il Manifesto)

 

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