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Ilva, la BEI e i numeri a caso – Facciamo ordine sui dati reali

TARANTO – “Abbiamo fatto una ricognizione della situazione e valutata la possibilità di un intervento pubblico”. Queste le prime parole del commissario dell’Ilva Piero Gnudi al termine dalla riunione a Palazzo Chigi che si è svolta nella serata di ieri ed alla quale hanno partecipato il premier Renzi, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi ed il sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio. “Stiamo valutando varie ipotesi di soluzione, la strada è ancora da delineare”, ha tenuto a precisare Gnudi. Tra le varie ipotesi allo studio del dossier Ilva, come confermato da Gnudi, ci sarebbe la richiesta di un finanziamento della Banca Europea degli Investimenti (BEI): “La Bei – ha detto Gnudi – fa i finanziamenti: se noi chiediamo un finanziamento e forniamo le adeguate garanzie, non vedo perché non dovrebbe concederlo”.

Il problema, al momento, resta però quali garanzie offrire alla BEI, vista la delicatissima situazione finanziaria dell’azienda sulla quale oramai impazza il toto numeri su tutti i giornali locali e nazionali. Cifre spesso azzardate e che non si sa da quali calcoli provengano, visto che i bilanci Ilva del 2012 e del 2013 non sono mai stati resi pubblici.

Poche, al momento, le certezze. Ci sono i 250 milioni ricevuti negli ultimi tre mesi da parte degli istituti di credito Unicredit, Intesa San Paolo e Banco Popolare. Ci sono poi le esposizioni dei singoli istituti di credito: Unicredit per circa 240 milioni di euro, Intesa San Paolo per circa 760 milioni e Banco Popolare per 204 milioni. Il tutto rientra nel debito certificato dalla centrale grandi rischi di Bankitalia, che aggiornata al settembre di quest’anno, ci parla di un debito utilizzato da Ilva pari a 1,364 miliardi di euro: 801,9 milioni di euro a scadenza, 351 autoliquidanti ed il resto in firme commerciali e finanziarie. Inoltre, è bene ricordare che nell’autunno del 2012, i debiti finanziari complessivi dell’Ilva spa erano prossimi ai 3 miliardi di euro, pari a 1,3 volte il capitale netto. Da rilevare però, che solo il 25% dell’esposizione era nei confronti delle banche, mentre il restante 75% riguardava debiti con altre società del gruppo Riva.

Ci sono poi i crediti vantati nei confronti dei fornitori ammontanti a 440 milioni di euro come abbiamo riportato ieri e confermati da Roberto Renon, attuale amministratore delegato dell’Ilva. In più, ci sono altri 50 milioni di euro che l’Ilva deve ancora saldare, secondo Confindustria Taranto, alle ditte dell’indotto e dell’appalto. In tutto fanno 500 milioni di euro.

Tutto il resto, è pura fantasia in mancanza di dati certi ed ufficiali. Basti pensare che per quanto concerne le perdite mensili dell’Ilva, si passa dai 25 milioni di euro ai 90 milioni di euro. Il che rappresenta al meglio le tante chiacchiere di questi giorni. A prova di ciò e soprattutto del momento di grande confusione in cui ci troviamo, riportiamo quanto dichiarato sull’argomento perdite dal commissario Gnudi lo scorso 20 ottobre durante l’audizione a Roma alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. A domanda precisa posta da un componente della commissione (“Vorrei conoscere la percentuale di perdita in questo momento ipotizzata), Gnudi rispose così: “Oggi perderemmo, in termini economici, circa 200 milioni. La cifra non la sappiamo ancora”. In pratica, non lo sanno nemmeno loro.

Tra l’altro, tornando all’attualità, giusto per rinfrescare la memoria in tema di finanziamenti da parte della BEI, in pochissimi sanno o ricordano che l’Ilva nel dicembre 2010 ottenne già un finanziamento dalla BEI ammontante a 400 milioni di euro (c’è da chiedersi se lo stesso Gnudi lo sappia o meno, come riportammo nel dicembre 2012 su queste colonne). Di cui 200 ottenuti subito ed ulteriori 200 concessi nel febbraio del 2012. Tra l’altro si trattava di finanziamenti ben scorporati: 140 alla Ilva S.p.A. e 60 alla Rive Fire S.p.A (la holding di famiglia del gruppo lombardo). Il progetto, presentato il 4 giugno del 2010 dal nome “Riva Taranto Energia & Ambiente” e il cui promoter era la Riva FIRE S.p.A, riguardava secondo quanto riportato sul sito ufficiale della BEI, un programma non meglio precisato di investimenti per “migliorare le strutture di produzione, migliorare la produttività dell’azienda facilitando nel contempo l’efficienza energetica e riducendo l’impatto ambientale”.

A tutt’oggi però, nessuno sa a cosa servirono realmente quei 400 milioni di euro. Sia come sia, il governo continua a studiare il dossier Ilva, provando a trovare il bandolo di una matassa sempre più difficile da sbrogliare. La verità, al di là delle tante chiacchiere ed ipotesi in ballo (finanziamenti dalla BEI, intervento della Cassa Depositi e Prestiti e via dicendo), è che senza una soluzione, dal 1 gennaio l’Ilva rischia il default. E non è un caso se l’accelerata del governo sia arrivata immediatamente dopo l’offerta non vincolante dell’ArcerloMittal. Più di qualcuno, a questo giro, rischia di farsi seriamente male.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 04.12.2014)

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