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Ilva, il piano “segreto” di Gnudi

Nei giorni scorsi il commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, attraverso gli avvocati dello studio dell’ex ministro della Giustizia del governo Monti, Paola Severino, che affianca da tempo il commissario Ilva, ha presentato un’istanza alla Procura di Milano con la quale chiede la possibilità di sbloccare le risorse sequestrate in via preventiva al gruppo Riva il 20 maggio del 2013 dalla magistratura milanese, pari ad 1,9 miliardi di euro, e trasferirle nelle casse dell’Ilva Spa.

La richiesta di Gnudi si è resa possibile in quanto lo scorso 21 agosto è entrata in vigore la legge “Terra dei Fuochi”, all’interno della quale è presenta una norma che prevede la possibilità di utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per reati ambientali (portato avanti dalla Procura di Taranto), per il risanamento degli impianti dello stabilimento tarantino. Il tutto può avvenire proprio a fronte della richiesta del commissario, in quanto la legge “impone” al giudice di trasferire all’impresa “le somme sottoposte a sequestro”. La stessa legge prevede però che quest’operazione debba avvenire entro e non oltre il 31 dicembre 2014.

Il sequestro in questione rientra nel filone d’indagine portato avanti dai pm milanesi Stefano Civardi e Mauro Clerici, che permise di scovare 1,2 degli 1,4 miliardi di euro rintracciati in alcuni trust di Jersey. L’indagine fu portata avanti dagli uomini del gruppo investigativo criminalità economico-finanziaria del Nucleo di polizia tributaria di Milano. Gli inquirenti di Milano, dopo aver appurato che l’Ilva Spa era controllata dalla Luxpack, società con un capitale sociale di appena 6mila dollari domiciliata a Curaçao, paradiso fiscale delle ex Antille Olandesi, scoprirono che la Luxpack era a sua volta posseduta da un trust con sede a Jersey, il Master Trust. Ma la catena di controllo delle società era ancora più intricata. Perché i beneficiari economici del Master Trust erano altri otto trust (tutti di Jersey) i cui beneficial owner erano i figli di Emilio e Adriano Riva. La proprietà dell’Ilva era dunque schermata da sette società o trust collocati rispettivamente in Italia, Lussemburgo, Olanda, Curaçao e Jersey. Inoltre, gli inquirenti scoprirono l’esistenza di altri due trust: uno alle Bahamas e l’altro in Nuova Zelanda, entrambi riconducibili alla famiglia Riva. Attraverso queste operazioni, il 29 agosto dello scorso anno, furono scovati altri 700 milioni di euro. L’inchiesta, peraltro, è ancora aperta.

Attualmente, di 1,9 miliardi totali sequestrati, le somme liquide ammonterebbero soltanto ad 800 milioni di euro (la restante parte pare siano o quote o partecipazioni societarie per equivalente), “parcheggiate” nel Fondo unico della giustizia (Fug) gestito da Equitalia. Secondo la legge, trovandoci di fronte ad una misura preventiva (contro la quale né l’Ilva Spa né il gruppo Riva hanno presentato ricorso), quelle somme lì dovrebbero restare, sino al pronunciamento della Cassazione. Essendo “sub judice” infatti, i beni congelati potrebbero essere confiscati ed usati appunto soltanto dopo il pronunciamento della Cassazione (in un processo che peraltro non è ancora iniziato): ed è proprio questa l’eventualità che Gnudi vuole assolutamente evitare. Per discutere l’istanza il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha convocato le parti in un’udienza fissata per il 17 ottobre.

L’operazione di Gnudi ha, però, un significato ben più profondo. L’idea sulla quale si sta lavorando è infatti molto chiara, come abbiamo riportato nei giorni scorsi. La nascita di una new.co (che presumibilmente si chiamerà “Nuova Ilva Spa”), prevede che nell’attuale Ilva Spa, che diventerebbe così una bad company (società priva di vitalità economica che viene utilizzata per assorbire attività in sofferenza, lasciando contemporaneamente una good company, ovvero una new.co, in grado di svolgere un’azione efficiente e profittevole), vengano trasferite proprio le somme sequestrate dalla Procura di Milano. Un tesoretto di 1,9 miliardi di euro con i quali affrontare il risanamento degli impianti dell’area a caldo attraverso l’attuazione del piano ambientale entro il 2016 (operazione per la quale l’ex commissario Ilva Enrico Bondi aveva previsto una spesa massima di 1,8 miliardi di euro) e fare fronte alle future e quasi certe cause (come l’eventuale risarcimento danni nei confronti di enti e terzi coinvolti).

Operazione della quale sono senz’altro a conoscenza, ed alla quale stanno lavorando, i gruppi interessati all’acquisizione della maggioranza delle azioni del capitale sociale dell’Ilva Spa. Come riportato ieri infatti, a breve arriveranno le offerte vincolanti di AncelorMittal (affiancato dal gruppo Marcegaglia) e presumibilmente della Jindal, che secondo fonti indiane non dovrebbero superare i 500 milioni di dollari (pari a circa 415 milioni di euro). Una cifra decisamente bassa, come osservato giustamente ieri dal sito specializzato Siderweb. Ma che in realtà servirebbe ai nuovi proprietari dell’Ilva, per effettuare l’aumento di capitale per la nuova società.

Secondo le valutazioni effettuate da Siderweb, “sarebbe corretto offrire una cifra da 600 milioni di euro nel caso in cui ci si accollassero gli 1,8 miliardi di euro di adeguamento AIA”. E se 1,8 miliardi di euro se li accolla lo “Stato”, utilizzando le risorse sequestrate ai Riva, ecco che il gioco è fatto. In tutto questo però, bisognerà fare i conti con il gruppo lombardo, che di fronte ad un’operazione del genere presenterebbe quasi certamente ricorso. Visto che la norma prevista nelle legge “Terra dei Fuochi”, come ripetiamo da mesi, è al momento molto discutibile. E difficilmente applicabile.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 30.09.2014)

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