Intanto ieri, il sub commissario Ilva Edo Ronchi, a margine della presentazione dell’Osservatorio sulla chiusura del ciclo nucleare, ha ribadito quanto scriviamo da tempo immemore: le risorse per finanziare il piano ambientale e i conseguenti cantieri per effettuare i lavori previsti dall’AIA, non solo non ci sono, ma soprattutto non si ha la benché minima idea di dove andarle a prendere. E il tempo stringe.
“Appena il piano ambientale va in Gazzetta ufficiale scattano gli ordini per le opere da realizzare, per cui le coperture devono essere certe”, ha dichiarato Ronchi ieri. Non a caso su queste colonne avevamo posto il seguente, elementare quesito: che senso ha effettuare ordini per centinaia di milioni ad imprese sparse per l’Italia e per l’Europa, quando non ci sono i soldi per pagarle? Tra l’altro, se non si trovano le risorse per il piano ambientale, il commissario Bondi non potrà presentare il piano industriale. Che secondo Ronchi dovrebbe arrivare al ministero dello Sviluppo economico per “metà aprile o anche prima”: l’incertezza regna sovrana dunque.
Ciò che non ci torna però, è quanto dichiara Ronchi quando sostiene che “la via maestra sarebbe un’anticipazione delle banche a fronte dell’impegno dei soci, visto che per l’aumento di capitale i tempi sono lunghi”. Ora. Premesso che lo stesso Bondi lo scorso gennaio dichiarò che alle banche (esposte nei confronti di Ilva Spa per crediti ammontanti a quasi 1 miliardo di euro) sarebbe toccato finanziare il piano industriale, e che lo stesso per legge (la n. 89 del 4 agosto 2013) dovrà essere sottoposto alla supervisione della proprietà, la famiglia Riva (che potrebbe anche bocciarlo), dare per scontato che l’aumento di capitale sarà effettuato, tra l’altro non prima di 5-6 mesi, appare alquanto azzardato. “
Varie ipotesi sono allo studio – ha aggiunto Ronchi – il piano è in mano al governo”, in particolare della presidenza del Consiglio, del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e del sottosegretario di Palazzo Chigi, Graziano Delrio, che “hanno in mano il dossier”. Come detto però, la questione è alquanto intricata: come dimostra anche la spiegazione dello stesso Ronchi su ciò che dovrebbe avvenire.
Rispetto alle ipotesi “c’é una parte che si autofinanzia”, dice Ronchi, c’é l’Ebitda (il margine operativo lordo), c’é la parte equità (attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società definita target (ossia obiettivo) sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target. Le società target possono anche essere quotate, ma intenzionate ad abbandonare la borsa, ed in questo caso si parla di public private equità), in parte l’aumento di capitale, “ma si devono indicare le coperture restanti”. Rispetto al ruolo che assumeranno i soci, conclude, “lo sapremo appena pubblicato il piano ambientale, la legge prevede che essi vengano contattati”. Nemmeno loro sanno più che pesci prendere.
Gianmario Leone (Tarantoggi, 22 marzo 2014)
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