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L’Ilva è finita in un limbo

TARANTO – “Il ministro Orlando, prima di lasciare l’Ambiente, ha trasmesso alla presidenza del Consiglio il Dpcm relativo al piano ambientale dell’Ilva. Adesso va realizzato il cosiddetto concerto con i ministeri della Sanità e dello Sviluppo economico, dopo di che il Consiglio dei ministri dovrà approvare il Dpcm e pubblicarlo sulla Gazzetta Ufficiale”. Così si è espresso Edo Ronchi, sub commissario dell’Ilva, nella giornata di sabato in merito all’infinita vicenda del risanamento del siderurgico tarantino. Certo è che il piano ambientale era pronto da giorni e secondo il decreto legge 136 convertito in legge lo scorso 5 febbraio, dovrà essere approvato entro il 28 febbraio.

Il governo Letta avrebbe dovuto discuterlo ed approvarlo proprio nel Consiglio dei Ministri che ha poi dato il là al cambio dell’esecutivo. Dunque, è dato per scontato che il termine del 28 febbraio sarà abbondantemente superato. Tra l’altro al momento non è dato sapere cosa sia cambiato nel “Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitarie” redatto dai tre esperti nominato dall’ex ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, visto che sul sito ufficiale del ministero è ancora presente la “proposta” della rimodulazione della tempistica degli interventi previsti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata nell’ottobre 2012, presentata lo scorso ottobre.

Sia come sia, il nodo da sciogliere resta sempre quello finanziario. Perché se è vero che una volta ufficializzato il piano ambientale, con tutte le misure operative, sarà la volta di quello industriale (che a queste latitudini si attende da quasi due anni oramai), non è dato sapere come avverrà la manovra dell’aumento di capitale prevista anche dall’ultima legge, ma da tempo unica via d’uscita per evitare il fermo degli impianti o comunque una fabbrica con un’attività produttiva ai minimi termini. E la conferma della presenza delle sabbie mobili in cui rischia di sprofondare l’Ilva Spa da un momento all’altro (visto che sino ad oggi è stata salvata a una serie di salvagenti prima o poi destinati a finire) arriva proprio dalle parole di Ronchi: “Abbiamo una situazione finanziaria molto critica e il mercato, in questa fase, certo non va come auspicheremmo. Pensare quindi di finanziare i lavori di risanamento dell’Aia, l’innovazione tecnologica, e poi pagare stipendi e fornitori, solo col ricavato dell’attività industriale, è ovvio che non ce la facciamo – insiste Ronchi – diverso, invece, poter disporre di un aumento di capitale per affrontare almeno la parte del risanamento”.

Sin qui, la scoperta dell’acqua calda, visto che la situazione in cui versa l’Ilva è la stessa da tempo immemore. Il problema infatti è che ancora oggi non è chiaro chi dovrà immettere nelle casse dell’Ilva Spa risorse finanziarie tali da poter permettere all’azienda di effettuare i lavori previsti dall’AIA oltre a quelli non più rinviabili sulla manutenzione di svariati impianti dell’area a caldo. Si parla di cifre che raggiungono o superano i 3 miliardi di euro. Tra l’altro, come fu spiegato lo scorso gennaio dallo stesso Bondi, le banche saranno chiamate a finanziare il piano industriale (istituti di credito che peraltro sono ancora esposti nei confronti della società per oltre un miliardo di euro): da dove arriveranno dunque le risorse per il piano ambientale? Pressoché certo il fatto che i Riva (a cui Bondi potrà rivolgersi come previsto dalla legge 6/2014), a tutto’oggi ancora detentori della maggioranza delle azioni dell’Ilva Spa, non investiranno un solo euro.

Bondi, così come previsto dalla legge dello scorso 6 febbraio, è infatti autorizzato ad effettuare “a pagamento nella misura necessaria ai fini del risanamento ambientale”, ed offrire le azioni “in opzione ai soci in proporzione al numero delle azioni possedute”, con “le azioni di nuova emissione che potranno essere liberate esclusivamente mediante conferimenti in denaro”. Bondi potrebbe anche “ricorrere a investitori terzi per l’aumento del capitale sociale”, di cui però a tutt’oggi non se ne vede l’ombra. Inoltre, ed è questa sin dal primo momento la parte più “strana” della legge, Bondi potrà chiedere all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate alla proprietà anche per reati diversi da quelli ambientali (quelli derivanti dal reato di frode fiscale contestato al gruppo dalla Procura di Milano che ha già provveduto al sequestro di 1,2 miliardi di euro ed ha scovato nel paradiso fiscale di Jersey altri 700 milioni di euro).

Ma da Roma arrivano da tempo segnali contrastanti e discordanti (che su queste colonne abbiamo segnalato sin dallo scorso dicembre): l’unico neo della legge, sussurrano voci ben informate, riguarda proprio le emergenze ambientali e industriali sul Fondo unico giustizia. Un fondo ad hoc istituito per reperire risorse per le bonifiche dalla confisca dei beni provenienti dalle attività della criminalità organizzata e dai guadagni legati agli eco-reati (dove tra l’altro si trovano proprio i soldi sequestrati ai Riva dalla Procura di Milano). “La norma – ci hanno riferito da Roma – è leggera e di difficile applicazione. E’ scritta male e non si è riusciti ad intervenire”.

Ecco perché a fronte della mancanza di certezze su tutta la linea finanziaria, è inutile parlare dei lavori che verranno. Così come non capiamo il senso di aver firmato ordini da parte di Ilva, non avendo attualmente la possibilità di poter coprire economicamente le ditte a cui saranno affidati i lavori (pare che giovedì scorso sia stato anche inviato al ministero dell’Ambiente lo studio di impatto ambientale per i parchi primari: la consegna al ministero prelude la Valutazione di impatto ambientale (VIA) e la convocazione in sede ministeriale della conferenza dei servizi). E’ lo stesso Ronchi infatti ad affermare che “i progetti stanno andando avanti e molti ordini sono stati già firmati”. Sarà.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 24.02.2014)

 

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