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Ilva, si naviga a vista

TARANTO – Riapriranno quest’oggi i cancelli dei 7 stabilimenti del Nord della Riva Acciaio (Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero e Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco): i lavoratori torneranno al loro posto e la produzione riprenderà. Torniamo sull’argomento soltanto per ribadire che tutto questo non è frutto di alcun accordo tra governo, Riva Acciaio, custode giudiziario e magistratura, come invece riportato negli utlimi giorni da tutti i mass media locali e nazionali.

Per il semplice motivo che la magistratura non è un ente che si siede ai tavoli concertativi per fare accordi con la controparte. Deve, finché un governo non glielo impedisce varando decreti e leggi ad hoc, applicare la legge e farla rispettare. Per tutti, nessuno escluso. Lo ripetiamo ancora una volta: se la Riva Acciaio quest’oggi riprende la sua attività, è soltanto perché le banche (Intesa San Paolo, Unicredit e Banco Popolare) hanno riattivato i fidi ed il custode giudiziario Mario Tagarelli ha spiegato loro, nell’incontro fiume di venerdì scorso a Roma, che sarà lui a gestire l’attività del gruppo industriale lombardo e nessun’altro.

Non c’è stato alcun accordo dunque, né alcun nuovo provvedimento del gip Patrizia Todisco come riportato anche nel comunicato ufficiale diramato dal ministero dello Sviluppo economico (che faceva invece riferimento alla lettera di chiarimento di 3 pagine diramata dallo stesso gip nella serata di mercoledì). Del resto, vogliamo ricordare anche un altro piccolo ma fondamentale dettaglio: il sequestro è preventivo, non definitivo. E bisognerà vedere cosa deciderà la Cassazione in merito al ricorso presentato dalla Riva Acciaio contro l’ultimo provvedimento del gip. Sia come sia, per ora sarà Tagarelli a gestire il tutto. Sino a quando però, non è dato saperlo. Visto che il decreto del governo, è stato soltanto accantonato. E lo resterà sino a quando non si capirà quale sarà il destino dell’attuale esecutivo.

Intanto, da qualche giorno, si odono canti di sirena negativi sull’Ilva di Taranto. Uccelli del malaugurio, ancora una volta, i sindacati metalmeccanici. Che senza troppa vergogna sostengono come si sentirebbero molto più al sicuro con un nuovo decreto che estendesse il commissariamento dell’Ilva anche alle controllate della società (dopo il sequestro dei conti e dei beni di Inse Cilindri, Celestri, Ilva Servizi Marittimi e Taranto Energia effettuato dalla Guardia di Finanza mercoledì scorso). Altro che “apprezzamento e rispetto” per il lavoro della magistratura. Del resto, sotto la gestione del commissario Enrico Bondi si sentono più al sicuro. Ma sbagliano, ancora una volta, clamorosamente.

Primo perché ancora non si conosce il piano di lavoro dei tre esperti nominati dal ministero dell’Ambiente lo scorso 14 luglio, che modificherà la tempistica dell’attuazione delle prescrizioni AIA (come annunciato la scorsa settimana è già stato posticipato lo stop dell’altoforno 5: il rifacimento non comincerà più a luglio ma a settembre 2014, dopo il riavvio dell’altoforno 1 – fermo dallo scorso dicembre – e per il quale sono stati emessi soltanto gli ordini d’acquisto per i sistemi di depolverazione e captazione del piano di colata. I lavori termineranno ad agosto 2014). Secondo, perché ancora non hanno preso visione del piano industriale di Bondi, che sicuramente non sarà dolce di sale, specie per i lavoratori.

Sono convinti che l’Ilva, la Riva Acciaio e la siderurgia italiana sopravvivrà, in un modo o nell’altro (il caso Piombino in questo senso è un “fulgido” esempio). Dai dati 2012 sulla produzione dell’acciaio, l’Italia risulta all’ultimo posto tra i principali paesi produttori, con i suoi 27,3 milioni di tonnellate. Prima di noi Cina (716,5 ml/tn), Giappone (107,2 ml/tn), Stati Uniti (88,7 ml/tn), India (77,6 ml/tn), Russia (70,4 ml/tn), Corea del Nord (69,1 ml/tn), Germania (42,7 ml/tn), Turchia (35,9 ml/tn), Brasile (34,5 ml/tn) e Ucraina (33 ml/tn). Quanti anni pensiate ci vorranno perché la produzione d’acciaio italiana venga inglobata dal mercato estero a fronte del fatto che le nostre acciaierie sono vecchie ed obsolete e non saranno mai compatibili con l’ambiente circostante e la salute dei lavoratori e dei cittadini? Lo ripetiamo da anni: è soltanto una questione di tempo. Prima o poi saranno costretti a fermarsi. Per sempre. E non certo per colpa della magistratura.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 30.09.2013)

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