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Ilva, intervista a Roberto Della Seta (Il Manifesto)

TARANTO – E’ stato uno dei pochi ad opporsi, all’interno del Pd e dai banchi del Senato, a quella che lui stesso definisce “una vastissima area della politica che per anni è stata compiacente con il gruppo Riva”. Roberto Della Seta, storico dirigente di Legambiente di cui è stato presidente dal 2003 al 2007, ha iniziato ad occuparsi delle vicende del siderurgico quando era ancora di proprietà dello Stato. Alle ultime politiche non si è ricandidato, è uscito dal Pd e ha fondato assieme all’altro ex senatore Pd Francesco Ferrante, il nuovo partito ecologista “Green Italia”. Nel dicembre scorso, a differenza dei colleghi di partito, votò contro la legge 213/2012 del governo Monti, detta ‘salva-Ilva’. Il perché di quella scelta è identico al motivo per cui Della Seta oggi boccia il decreto 61 varato dal governo Letta, in queste ore al Senato per la conversione in legge. “Anche questo provvedimento non scioglie l’equivoco di fondo di questa vicenda: se la tutela del diritto alla salute sia più importante, come recita la Costituzione, di quello al lavoro”.

Sin dal primo decreto infatti, l’intervento dello Stato è stato mirato a salvaguardare la continuità produttiva dell’Ilva, relegando a ruolo marginale tutela dell’ambiente e della salute. Non è un caso allora se sia stato scelto proprio Enrico Bondi per il ruolo di commissario. “E’ senza dubbio un manager di grande esperienza. Ma è anche l’ultimo uomo di fiducia del gruppo Riva che lo aveva nominato consulente e poi ad dell’Ilva: è una scelta anomala dalla quale traspare poca credibilità in un’operazione già di per se complicatissima”. Perché l’obiettivo di coniugare salute, ambiente e lavoro, è finito in un tunnel sempre più stretto.

Anche Della Seta prevede che nel medio lungo termine il futuro del siderurgico sia quello di una riconversione dell’attività produttiva, ché produrre acciaio a Taranto avrà sempre meno senso per via del mercato in cui i paese emergenti la faranno da padrone. Ma nell’immediato va salvato il salvabile. “L’Ilva va nazionalizzata per escludere per sempre dalla gestione i Riva che hanno responsabilità penali pesantissime nella gestione ambientale del siderurgico”. Poi, operazione tutt’ora in corso da parte della Procura, “bisognerà recuperare parte dei profitti del gruppo Riva ed utilizzare quelle risorse per il risanamento degli impianti e la bonifica delle aree circostanti”. Chiudere dall’oggi al domani creerebbe “un danno sociale irreparabile” e non sarebbe utile dal punto di vista ambientale.

“Sono tanti gli esempi di siti industriali sorti alle porte delle città (Porto Marghera e Bagnoli, ndr) dove alla cessazione dell’attività produttiva non è seguita un’operazione di bonifica: e per un’area come quella dell’Ilva e i danni ambientali da essa creati, non possiamo permettere che accada”. Ma Della Seta, suo malgrado, è anche uno dei pochi protagonisti positivi dell’inchiesta portata avanti dalla Procura di Taranto. Lo scorso 26 novembre, all’interno dell’operazione “Ambiente svenduto”, furono depositate alcune scottanti intercettazioni telefoniche tra i protagonisti eccellenti implicati in questa vicenda.

Come capogruppo in Commissione Ambiente al Senato in quota Pd, nel settembre 2010 Della Seta si schierò contro il decreto legislativo n.155 approvato dal governo Berlusconi che prorogava al 1 gennaio di quest’anno, l’entrata in vigore del valore-limite di concentrazione del benzo(a)pirene nell’aria, operazione che il parlamentare definì “un dono all’Ilva di Taranto”. Da quel momento entrò nel mirino dei Riva e della politica connivente. Della Seta amaramente oggi commenta: “Nel corso degli anni i Riva sono stati coperti anche dalla sinistra tarantina, quella regionale e di governo. Dal Pd e prima ancora da tutti quei partiti che dettero vita al partito. Così come dal sindacato tutto, compresa la Cgil. E lo stesso Vendola non sempre ha tenuto una condotta esemplare”. E la storia non è ancora finita.

Gianmario Leone (Il Manifesto)

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