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Ilva, Governo lavora senza sosta per uscire da labirinto d’acciaio

TARANTO – La verità è che si stanno rompendo la testa sul come risolvere una vicenda molto più grande di loro. E che la situazione dell’Ilva abbia assunto toni drammatici per l’attuale governo, lo dimostrano le due sospensioni del vertice di ieri a Palazzo Chigi, conclusosi in tarda serata senza che sia stata presa una decisione ufficiale. Si ritroveranno quest’oggi per provare a stilare un percorso che li aiuti ad uscire da un labirinto d’acciaio, in cui lo Stato italiano e i sindacati si sono infilati da soli in tutti questi anni.

La speranza (per loro, non certo per noi) è che sappiano trovare la via d’uscita giusta. O, forse, sarebbe meglio dire quella “meno dolorosa”. Troppo tardi infatti, istituzioni centrali e locali, sindacati, Confindustria, Federacciai e quant’altri, si sono accorti che il gruppo Riva aveva lasciato nelle loro mani un cerino la cui fiamma ardeva e consumava il lembo molto, troppo velocemente (soltanto ieri la commissione Industria del Senato ha deciso di aprire un’indagine sulla vicenda). Anche perché è troppo facile oggi, quando oramai i giochi sono fatti, sostenere che il gruppo Riva è fuori dai giochi ed imputare ad esso di essere stato un interlocutore affidabile. Semmai, sarebbe il caso di chiedere a questi signori quando sia stato affidabile e in che circostanze soprattutto. Magari quando è servito per assumere migliaia di “figli di”, oppure quando si è trattato di “aiutare” carriere politiche e sindacali, oppure quando si è trattato di foraggiare lautamente campagne elettorali per tutti i colori politici, o quando si è trattato di ricevere un aiuto per salvare l’Alitalia. Chissà. Lasciamo a voi lettori l’imbarazzo della scelta.

Il commissario ad acta l’ipotesi più probabile

Il primo vertice ha visto protagonisti il premier Enrico Letta, i ministri Zanonato e Orlando, e i vertici dell’Ilva, l’ad Bondi e il presidente Ferrante. Dopo la pausa pomeridiana, il vertice è ripreso in serata alla presenza dei tecnici dei vari ministeri, per poi essere nuovamente sospeso poco prima delle nove ed essere aggiornato a questa mattina. Fonti da Palazzo Chigi sostengono che il governo stia pensando alla nomina di un commissario ad acta per l’Ilva, figura che sarà ricoperta quasi certamente dallo stesso Enrico Bondi. Prende dunque corpo l’idea del commissariamento anticipato, eventualità peraltro prevista nella famosa legge ‘salva-Ilva’: ora, però, il problema principale del governo sarà quello di reperire le risorse necessarie per portare avanti i lavori previsti dall’AIA.

Quasi certamente, per giustificare il commissariamento del siderurgico tarantino, sarà utilizzata la legge Marzano (entrata in vigore nel 2004), che riguarda le aziende insolventi. Questa prevede l’accesso ad una procedura di amministrazione straordinaria con un commissario che ha 180 giorni di tempo, più una possibile proroga di 90 giorni, per il piano di ristrutturazione. La Legge Marzano, inoltre, definisce anche i requisiti per l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria, fissando sia l’importo minimo del debito sia il numero dei lavoratori coinvolti. I requisiti sono un numero non inferiore a 500 dipendenti e debiti, inclusi quelli derivanti da garanzie rilasciate, per un ammontare complessivo non inferiore a € 300.000.000.

L’impresa che presenti i suddetti requisiti, può chiedere al Ministro delle attività produttive, con istanza motivata e corredata di adeguata documentazione, presentando contestuale ricorso per la dichiarazione dello stato di insolvenza al tribunale del luogo in cui l’impresa ha sede principale, l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria, tramite la ristrutturazione economica e finanziaria, ovvero tramite la cessione dei complessi aziendali. Con proprio decreto il Ministro delle attività produttive provvede, valutati i requisiti di cui sopra, all’ammissione immediata dell’impresa alla procedura di amministrazione straordinaria. Il decreto determina lo spossessamento del debitore e l’affidamento al commissario straordinario della gestione e dell’amministrazione dei beni dell’imprenditore insolvente. Il decreto deve essere poi comunicato immediatamente al Tribunale.

Banche, piano Ue, BEI e Cassa Depositi e Prestiti

Da ieri inoltre, si ragiona sulla possibilità di reperire i fondi attraverso il coinvolgimento delle banche (Intesa San Paolo, Ubi e Leonardo su tutte) e della Cassa Depositi e Prestiti per attuare l’AIA. Aiuti arriveranno anche dall’Ue, che entro l’11 giugno varerà il piano sulla siderurgia. Bisogna “fare tutto il possibile per scongiurarne la chiusura”: questo quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’industria, Antonio Tajani. Il piano prevede che sarà più facile utilizzare fondi europei regionali, così come ricevere prestiti della BEI per finanziarie interventi destinati alla salvaguardia dell’ambiente. Inoltre, eventuali aiuti pubblici destinati all’innovazione degli impianti e alla riqualificazione della produzione non saranno soggetti alle norme che vietano aiuti di Stato e potranno quindi essere erogati senza particolari difficoltà. Ma il buon Tajani dimentica (come documentammo lo scorso dicembre), che il 16 dicembre del 2010 la Riva Fire S.p.A ottenne dalla Banca europea per gli investimenti un prestito di ben 400 milioni di euro a favore della società: 200 milioni subito ed ulteriori 200 concessi il 3 febbraio 2012. Tra l’altro si trattava di finanziamenti ben scorporati: 140 alla Ilva S.p.A. e 60 alla Rive Fire S.p.A. A cosa sono serviti quei soldi? Noi attendiamo ancora una risposta. Tutt’al più, nel corso dei prossimi mesi, si proverà a mettere in piedi una cordata di imprenditori italiani, forse con qualche gruppo estero, che possa rilevare l’Ilva una volta “risanata”.

L’AIA con i soldi dei cittadini

Come detto più volte, il nodo centrale della vicenda Ilva è l’attuazione dell’AIA e il rispetto delle prescrizioni in essa indicate. L’Ilva Spa, scorporata a gennaio dal ramo principale del gruppo Riva, non possiede le risorse finanziarie per attuare gli impegni economici previsti: per questo l’azienda non ha mai presentato il piano finanziario a copertura degli investimenti promessi all’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, all’indomani del rilascio dell’autorizzazione lo scorso 26 ottobre. Inoltre l’Ilva, attraverso due relazione trimestrali inviate al ministero dell’Ambiente a gennaio e a fine aprile, ha da tempo ammesso l’impossibilità di rispettare i tempi del crono programma. Stessa cosa aveva evidenziato l’ARPA Puglia in una nota del 13 febbraio. Così come i tecnici ISPRA che dopo la prima ispezione effettuata a marzo, nella loro relazione evidenziarono il mancato rispetto di dieci prescrizioni.

Non è un caso se il ministero dell’Ambiente ieri ha chiesto ai tecnici ISPRA, presenti dalla mattina nell’Ilva per la seconda ispezione, di anticipare dal 7 giugno alla fine di questa settimana la relazione con i risultati, “in modo da poter acquisire tutti gli elementi necessari alla stesura del resoconto, naturalmente nel rispetto della corretta e precisione delle procedure e di tutti gli aspetti tecnici”. Inoltre il ministero ha smentito la notizia in merito ad “una presunta proroga concessa all’Ilva” sul rispetto dell’AIA. Nel testo varato nell’ottobre scorso, è infatti già previsto che l’impresa possa richiedere “modifiche non sostanziali alla tempistica degli interventi prescritti sulla base di motivazioni tecniche ed economiche”. Dilazione che prevede comunque il termine dei lavori entro e non oltre il 31 dicembre 2015. Il tutto, adesso, avverrà con i soldi dei cittadini italiani ed europei. Una beffa atroce, inaccettabile. Qualcuno, da qualche parte, si sta facendo grosse risate.

Gianmario Leone (TarantoOggi, 29.05.2013)

 

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