Dopo l’approvazione della legge prima e la decisione della Corte Costituzionale poi, l’Ilva è ricorsa in varie sedi (Procura, gip, tribunale del Riesame e tribunale dell’appello), chiedendo più volte ai giudici lo sblocco dei prodotti, ottenendo in cambio sempre dei secchi “no” da parte dell’autorità giudiziaria. Le uniche concessioni sono arrivate per una partita di tubi destinata alla Snam e per un’altra destinata all’Iraq (per l’azienda Oil Projects Company, ndr), perché in entrambi i casi i contratti erano stati siglati antecedente il sequestro del 26 novembre scorso, e per le quali l’Ilva aveva minacciato di rivalersi nei confronti della Procura, quindi dello Stato, per ottenere il risarcimento danni che avrebbe subìto se non avesse ottemperato alla consegna del materiale nei tempi previsti.
Ma il restante materiale dei prodotti finiti e dei semilavorati (tubi, coils e lamiere), pari a circa un milione e 700mila tonnellate per un controvalore commerciale compreso fra gli 800 milioni e un miliardo di euro, è ancora bloccato dai sigilli della Guardia di Finanza. Cosa accadrà adesso? Non è affatto detto che la querelle sia risolta. Perché nonostante l’autorità giudiziaria ha sempre bocciato le richieste di dissequestro avanzate dall’Ilva dopo il pronunciamento del 9 aprile della Consulta, sostenendo che le varie istanze presentate non potevano essere accolte mancando ancora le motivazioni delle decisioni della Corte Costituzionale, ora che quest’ultime sono state depositate, il nodo sembra non essere sciolto.
Questo perché nelle oltre 90 pagine depositate dai supremi giudici a spiegazione della decisione dello scorso 9 aprile, non viene fatto esplicito riferimento alle merci sequestrate (come invece sia la Procura che il gip si attendevano): la Consulta infatti parla soltanto di merci realizzate prima del decreto e della legge. Nel testo si legge che “l’intervento del legislatore che con una norma singolare autorizza la commercializzazione di tutti i prodotti, anche realizzati prima dell’entrata in vigore del dl n.207 del 2012 rende esplicito un effetto necessario e implicito della autorizzazione alla prosecuzione dell’attività produttiva, giacché non avrebbe senso alcuno permettere la produzione senza consentire la commercializzazione delle merci realizzate, attività’ entrambe essenziali per il normale svolgimento di un’attività imprenditoriale”.
Per i giudici della Corte Costituzionale, “distinguere tra materiale realizzato prima e dopo l’entrata in vigore del decreto legge sarebbe in contrasto con la ratio della norma generale e di quella speciale, entrambe mirate ad assicurare la continuità dell’attività aziendale e andrebbe invece nella direzione di rendere più difficoltosa possibile l’attività stessa, assottigliando le risorse disponibili per effetto della vendita di materiale non illecito in sé perché privo di potenzialità inquinanti”. Come si può facilmente evincere dunque, la Consulta non cita il caso del materiale sequestrato. Del resto, né all’interno del testo del decreto 207 del 3 dicembre, né in quello della legge 231 che lo recepiva, si faceva esplicito riferimento al materiale sequestrato. Ma il nodo vero e proprio riguarda il fatto che è la stessa Corte a ribadire che le norme in questione “non hanno alcuna incidenza sull’accertamento delle responsabilità nell’ambito del procedimento penale in corso davanti all’autorità giudiziaria di Taranto”.
Il che farebbe presupporre che siccome l’acciaio posto sotto sequestro è considerato corpo di reato del procedimento penale in corso, dovrà restare sotto sigilli sino a quando non sarà terminato l’intero iter giudiziario. Certo è che l’Ilva tornerà all’attacco, visto che per l’azienda è prioritario rientrare in possesso del materiale in questione per incassare il relativo controvalore economico delle merci. Resta da vedere se in un secondo momento finanzierà con quei soldi i lavori di risanamento degli impianti previsti dall’AIA (che come abbiamo visto nei giorni scorsi è ancora lungi dall’essere attuata visto che su tante prescrizioni l’azienda é in ritardo grazie alla concessione del ministero dell’Ambiente, ndr) oppure procederà al semplice incasso. Del resto, pur trincerandosi dietro ragionamenti garantisti, l’azienda è spalleggiata in questa “guerra dei coils” dai sindacati, da mesi sotto scacco della stessa Ilva che ha subordinato la ripartenza di diversi impianti dell’area a freddo proprio allo sblocco dei materiali sequestrati. La partita, dunque, è ancora aperta.
Gianmario Leone (TarantoOggi)
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