Aprendosi quanto più possibile ai mercati internazionali, senza però snaturare le origini e la cultura della produzione dell’acciaio italiano, da sempre fiore all’occhiello dell’economia italiana, ma per troppo tempo legata ad una gestione familiare delle imprese oramai superata dai tempi. A conferma di ciò arrivano le parole di Emanuele Morandi, ad di Made in steel: “Per uscire dalla crisi bisogna innovare, internazionalizzare e rafforzare la cooperazione tra le filiere. Sono proprio questi i punti cardine della fiera, che avrà come tema portante work and life, la manifattura e la sostenibilità”. Del resto, le difficoltà vissute dal settore dell’acciaio, sono note da tempo: basti pensare che, come abbiamo più volte sottolineato su queste colonne, in Europa c’è una sovra capacità produttiva di 50 milioni di tonnellate, di cui 15 milioni soltanto in Italia. La sola Cina, potrebbe produrre 150 milioni di tonnellate in più rispetto alla situazione attuale.
Rispetto ai picchi toccati nel 2007-08, la domanda europea è scesa del 30-35%, mentre in Italia solo negli ultimi due anni la domanda interna è calata del 40% in tutti i comparti, sia nei prodotti lunghi utilizzati nell’edilizia sia in quelli piani utilizzati per le auto. Mentre la produzione di acciaio in Italia nel 2013 è attesa in linea con quella del 2012: 27,2 milioni di tonnellate, il 5,2% in meno rispetto al 2011. Di quelle 27, 8 vengono prodotte all’Ilva. Ma nonostante la crisi, il convincimento che si debba uscire quanto prima dalla gestione familiare, l’esigenza di ristrutturare l’intero settore adeguandosi alle nuove esigenze del mercato, il cambiamento reale, quello che deriva da un cambio di mentalità e di coscienza, non pare aver fatto breccia negli esperti del settore. A dimostrarlo le parole di Gianfranco Tosini, responsabile del centro studi di Siderweb, che ha ricordato come sulla competitività pesino “il cambio euro-dollaro” e soprattutto le “maledette” normative ambientali che “richiedono investimenti che non danno alcun ritorno economico”.
Eppure il programma della fiera, come hanno spiegato Enrico Pazzali, amministratore delegato di Fiera Milano, Maurizio Faroni, direttore generale del Banco Popolare e Franco Tamburini, presidente di Brixia Expo-Fiera di Brescia, ha come obiettivo quello di ancorarsi il più possibile ad un manifatturiero “che vuole tornare a competere, approfondendo proprio le nuove prospettive e i nuovi indirizzi richiesti al settore, con focus relativi, in particolare, all’edilizia, ai trasporti, all’energia e alla sostenibilità”. Tra i tanti, non poteva certo mancare il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che ha dichiarato come “la crisi spinge ad adottare comportamenti innovativi: in questo momento tutta la filiera si deve assumere le proprie responsabilità e adottare uno sforzo di cambiamento. Da un lato vanno riorganizzati alcuni snodi strutturali della filiera, dall’altro bisogna continuare a investire sulla ricerca e sviluppo. Siamo vivi, l’Italia resta un grande paese siderurgico, ma a noi come a tutti è imposto una grande sforzo per reinterpretare questa nuova fase”.
Lo stesso che lo scorso febbraio sostenne, a proposito dell’Ilva, che il gruppo Riva “ha guadagnato 4,2 miliardi e ne ha investiti nell’Ilva di Taranto 4,5, più di quanto il gruppo ha guadagnato in questi anni e di questi oltre un miliardo per l’ambiente. I Riva avranno molte colpe, ma cosa si deve chiedere a un imprenditore se non di reinvestire quello che guadagna in tutte le sue aziende?” e che menzionò una “recente rilevazione dell’Istituto Mario Negri di Milano dove si dice che a Taranto non c’è più diossina che in qualsiasi altra città italiana, questo perché non lo dice nessuno?”, che fu confutata dallo stesso istituto con una nota ufficiale inviata al nostro giornale. Ma alla fiera dell’acciaio, il protagonista più atteso era Antonio Tajani, il vicepresidente della Commissione Europea, che ha aizzato gli animi dei presenti annunciando quanto segue: “Intendo utilizzare tutti i poteri che ho e tutta la forza politica della Commissione europea per cercare di dare risposte concrete a questo reparto industriale che considero fondamentale per l’Europa”. Più che una promessa, una minaccia.
“L’Italia – ha osservato Tajani – dopo la Germania, è il secondo produttore e quindi anche all’Italia dobbiamo dare un segnale di forte attenzione”. E l’attenzione del commissario Tajani è ovviamente concentrata sull’Ilva: “Per questo sto seguendo con grande cura la vicenda dell’Ilva e mi auguro che la sentenza prossima ventura della Corte sia positiva”. Se così non fosse però, non è dato sapere cosa potrebbe accadere. Tajani si è detto consapevole del fatto che siano tanti problemi collegati all’acciaio: “C’è il costo delle materie prime, il costo dell’energia sempre crescente e c’è una concorrenza sempre fortissima”. Ma guai a farsi prendere dallo sconforto: “Siamo in azione già da parecchi mesi – conclude Tajani -. Abbiamo dato vita a un gruppo di alto livello per preparare una strategia, un vero e proprio piano d’azione per l’acciaio che verrà presentato alla Commissione europea il 5 giugno”. Qualcuno lo avvisi che entro quella data l’Ilva Spa non sarà più una società del gruppo Riva FIRE e che il futuro ad Enrico Bondi potrebbe averne già deciso la liquidazione. Con tanti saluti ai sogni di gloria di Tajani e dei sostenitori dell’acciaio italiano a cui il gruppo Riva, a breve, invierà un bel “marameo”.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 04.04.2013)
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