Ma soprattutto riportare indietro le lancette del tempo al 26 luglio 2012, quando l’intera area a caldo dell’Ilva fu sequestrata, con i vertici del gruppo Riva e i massimi dirigenti del siderurgico agli arresti domiciliari per associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione. Quel giorno esplose in tutto il suo fragore un problema ignorato volutamente per anni. Dallo Stato, dai sindacati, dalle istituzioni locali e da un’intera città che da oltre 60 anni sopravvive alle spalle dell’Ilva (accompagnata dall’Eni, Cementir e Marina Militare). La cui produzione ha avvelenato tutto ciò si possa contaminare in natura: aria, acqua e terra. Stordendo le coscienze di tanti che avrebbero potuto porre fine a tutto questo anni addietro ed invece hanno preferito voltarsi dall’altra parte. Per tornaconto personale. O più semplicemente per vigliaccheria. Non ci si è fermati nemmeno di fronte alle centinaia di morti bianche e professionali. Ed alle decine di cittadini caduti a causa di una guerra che nessuno ha chiesto loro di combattere.
Ma in attesa del pronunciamento della Consulta, c’è chi, in tutti questi mesi, non è rimasto a guardare in attesa degli eventi. Per non farsi trovare impreparato di fronte all’ennesimo, probabile, tsunami. Curando ogni minimo dettaglio. E’ il gruppo Riva, che ha studiato la via d’uscita migliore per trarsi in salvo dalle sabbie mobili di un’inchiesta tutt’altro che conclusa. La priorità è consistita nel mettere al riparo il tesoro di famiglia, un vero e proprio impero, di un gruppo che ha fatturato miliardi di euro. Le operazioni sono partite la scorsa estate (casualmente proprio il 26 luglio) e proseguite sino ad oggi. Scorpori, separazioni, scissioni e passaggi di flussi di denaro nelle casse delle holding del gruppo divise tra Lussemburgo (Siderlux, Stahlbeteiligungen e Utia, società che controllano le aziende Riva nel mondo), Olanda (sede della Monomarch, holding che controlla le società lussemburghesi) e Caraibi. Precisamente a Curucao, dove è custodita la cassaforte del gruppo, la Luxpack Nv, società a responsabilità limitata (Llc) con capitale di appena 6mila dollari.
Il presidente è Adriano Riva, fratello del patron Emilio. La Luxpack, come sostenuto dal Sole24Ore, è l’unica azionista dell’olandese Monomarch, che gestisce le società lussemburghesi proprietarie del 39,9% della Riva FIRE, a sua volta unica azionista dell’Ilva S.p.A. Ma questa, dopo l’annuncio della scorsa settimana del presidente Ferrante, è già storia. Perché nel nominare Enrico Bondi futuro amministratore delegato dell’Ilva, l’ex prefetto di Milano ha ufficializzato ciò che da tempo si temeva: l’Ilva diventerà una società autonoma, del tutto staccata dalla Riva FIRE. Presidente continuerà ad essere Ferrante, con Bondi ad. Il tutto sarà messo nero su bianco a metà mese, quando sarà approvato il bilancio 2012. Dunque, dopo il pronunciamento della Consulta. L’operazione, sostenuta dagli azionisti, prevede che i pacchetti azionari delle acciaierie Riva presenti in Canada, Belgio, Spagna, Germania e Francia, restino nella holding lussemburghese Stahlbeteiligungen Sa, che deteneva il 25,38% dell’Ilva.
Il resto degli stabilimenti italiani non collegati alla produzione di Taranto, resteranno nella Riva FIRE. L’unica a restare isolata, sarà la società Ilva. Questo vuol dire che anche qualora il gruppo Riva decida di effettuare gli investimenti previsti dall’AIA per il risanamento degli impianti, la liquidità dovrà uscire dalle casse dell’Ilva. Che sino al mese scorso veniva data in grandissima difficoltà economica dallo stesso Ferrante. Ed è qui che trova la sua logica la nomina di Bondi, l’anziano manager italiano, definito il “risanatore” dell’economia italiana. Dopo aver passato diversi anni a ricoprire ruoli dirigenziali, nel ’93 il suo mentore Enrico Cuccia gli affidò il compito di salvare la Montedison da un debito di 31.000 miliardi di lire. Seguirono i ruoli di ad nella Olivetti, Telecom Italia, Fondiaria SAI e Premafin. Nel 2003 salvò il gruppo Lucchini (le acciaierie bresciane), mentre nel 2005 gestì il crac da oltre 13 miliardi di euro della Parmalat che nel 2011 cederà alla francese Lactlalis.
Nel 2012 il premier Monti lo nomina commissario straordinario per la Spending Review, per poi affidargli, lo scorso gennaio, il compito di “scremare” la lista dei candidati di “Scelta Civica”. Ma cosa c’entra tutto questo con l’Ilva? Apparentemente, nulla. Visto che l’azienda continua a produrre, a pagare gli stipendi ed ha previsto una spesa di 2,5 miliardi di euro per sostenere i costi dell’AIA. Dunque, non proprio un’azienda in crisi. Anche i debiti contratti con banche e fornitori, non arrivano ai 5 miliardi. L’azione di Bondi, quindi, dipenderà unicamente dal responso della Consulta. Ma che lo scontro finale sia vicino, lo testimonia l’ultima iniziativa legale dell’Ilva.
Il presidente Ferrante ha denunciato alla Procura di Potenza i magistrati tarantini e i custodi giudiziari. e chiede ai magistrati potentini di verificare se sono ravvisabili reati nell’azione giudiziaria, dal sequestro dell’area a caldo al blocco dell’acciaio prodotto. Cosa singolare, nella denuncia non compaiano i nomi del procuratore capo Franco Sebastio, dei sostituti che svolgono l’inchiesta e del gip Todisco. In pratica, una denuncia contro ignoti di cui però si conoscono generalità, ruoli, funzioni e azioni. Tutto questo avviene però in un mondo che sembra parallelo alla vita reale della fabbrica. All’interno del siderurgico, dall’inizio dell’anno, si sono verificati sette incidenti, di cui uno mortale. Gli operai hanno da tempo denunciato come sia saltato “il sistema di sicurezza interno”. Il tutto corroborato dall’accordo siglato a Roma nelle scorse settimane tra azienda e sindacati metalmeccanici, per cui 11mila operai si ritroveranno sino al marzo 2014 legati all’Ilva dai contratti di solidarietà. E’ difficile, attraverso uno sguardo d’insieme, non pensare che tutto questo sia l’incipit dell’addio della famiglia Riva all’Ilva e a Taranto.
La città, intanto, attende. Sferzata dal vento e distratta dai riti della Settimana Santa, Taranto osserva il mar Ionio in attesa dell’invasione di un esercito invisibile che non arriverà. Perché in realtà si è infiltrato da anni nel tessuto sociale di questa città. Basti pensare al caso del referendum consultivo che si svolgerà il prossimo 14 aprile. Promosso nel 2010 dal comitato “Taranto Futura”, ha dovuto attendere oltre 3 anni per la sua realizzazione, dopo essere passato dalle forche caudine del TAR di Lecce, a causa dei ricorsi presentati da Ilva, Confindustria, Cgil e Cisl. Dopo aver ottenuto l’ok dal Consiglio di Stato nell’ottobre 2011, il comitato ha dovuto attendere i comodi del sindaco Stefàno, che ha ritardato in tutti i modi la consultazione referendaria (tristemente famosa un’intercettazione del 2010 tra il primo cittadino e il PR Ilva Girolamo Archinà, al quale veniva garantito il ritardo con cui la macchina amministrativa avrebbe affrontato il caso, ndr).
Il 14 i cittadini saranno chiamati ad esprimersi su due quesiti, a dispetto dei cinque previsti inizialmente: dichiararsi favorevoli o meno alla chiusura della sola area a caldo o dell’intero siderurgico. Gli ambientalisti, da sempre contrari alla consultazione referendaria per mero calcolo politico, oggi si ritrovano compatti accanto a Taranto Futura. Soltanto perché il 7 è prevista una nuova marcia a sostegno della magistratura tarantina. Come se il destino di una città fosse stato delegato del tutto alla Procura, unico baluardo a difesa della democrazia dagli attacchi che provengono dal gruppo Riva, dalle istituzioni e dai sindacati, a cui oramai non crede più nessuno. Una scelta miope. Che non salverà il futuro di Taranto. Ancora oggi immobile, incapace di unirsi e costruire con le proprie mani un futuro diverso e lontano dalla grande industria. Che rischia di diventare l’ennesima cattedrale nel deserto di un Paese e una città in cui il cambiamento è stato soltanto sognato.
Gianmario Leone (Il Manifesto, 04.04.2013)
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