“Quella nube – attacca Buffa – non è il tornado che si è abbattuto il 28 novembre e che ha fatto dire a monsignor Santoro, che tutto sembrava cospirare per toglierci ogni speranza. Sono i fumi che da anni, da decenni, nei primi tempi nella indifferenza generale, l’Ilva scarica sulla città, mettendo ogni giorno a rischio la salute dei tarantini”. Un modo semplice e diretto per ricordare a tutti i protagonisti di questa annosa vicenda, che un conto sono i fatti, tutt’altro sono le metafore e le belle parole utilizzate in quantità “industriale” negli ultimi anni. Probabilmente, in un momento in cui la magistratura tarantina è sotto il fuoco incrociato di governo e azienda, l’intervento del presidente della Corte di Appello di Lecce arriva nel momento giusto. Per ricordare ancora una volta come la Procura abbia dovuto supplire ad un colossale vuoto istituzionale: “i colleghi di Taranto sono stati lasciati in totale solitudine dalle altre istituzioni pubbliche che sarebbero dovute intervenire”, per far piena luce sulla proliferazione di malattie. Un ruolo di supplenza “perfino rispetto ai delegati sindacali per la sicurezza, i quali in tutti quegli anni non avevano richiesto con la dovuta energia che fossero resi noti i dati relativi all’inquinamento ed ai pericoli per la salute”.
Il presidente Buffa, facendo i complimenti ai magistrati tarantini “per l’assoluta serietà con cui hanno svolto il loro compito”, ha inoltre ricordato che le contestazioni formulate a carico di tutti gli imputati sono da considerarsi allo stato attuale “inoppugnabili”. Questo perché in molti dimenticano, a cominciare dallo stesso Ferrante per arrivare a governo e sindacati, che durante l’incidente probatorio svoltosi in due fasi distinte lo scorso anno, “nulla è stato concretamente obiettato dalla difesa Ilva sul piano tecnico-scientifico: gli indagati non si sono avvalsi di propri consulenti né hanno in altro modo contrastato le conclusioni cui sono pervenuti i consulenti del pubblico ministero. E’ dato quindi da ritenere provata, almeno allo stato, una situazione di pericolo gravissimo ed incombente, che riguarda vita e salute dei singoli ed il medesimo ambiente”. E Buffa ha fatto benissimo, non bene, a sottolineare anche la grande sofferenza che ha accompagnato i giudici tarantini nella scelta di sequestrare gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva per interromperne l’attività: “non è stata cosa da niente bloccare l’attività di uno stabilimento che per l’economia di Taranto è molto di più di quanto non lo sia la Fiat a Torino; e non è stata decisione che può essere stata presa a cuor leggero”.
Un chiaro messaggio a quanti, in primis l’azienda, ogni giorno sottolinea le conseguenze sociali che rischiano di avere le decisioni della magistratura. Che ha messo al primo posto la tutela dell’ambiente e della salute di ogni singolo cittadino di Taranto: a cominciare proprio dagli stessi operai. Perché se da un lato il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera può avere ragione nel definire “irreparabile il danno che deriverebbe non solo a Taranto, ma forse all’intera economia nazionale, dal blocco definitivo dell’attività dello stabilimento”, è altrettanto inconfutabile, sostiene ancora Buffa, che “un danno irreparabile purtroppo si è già verificato e sono i morti, i malati di tumore e di leucemia che hanno funestato finora un’intera città”. Che proprio grazie al lavoro della magistratura ha iniziato a guardare in faccia la realtà. Chiedendosi se sia poi così scontato sacrificare al diritto al lavoro anche quello alla vita e ad una salute sana. Perché, come ricorda lo stesso Buffa, “è assurdo contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla salute, sostenendo che di tumore si potrà morire in futuro ma con la perdita del lavoro si può morire subito”.
Del resto, è un concetto che sosteniamo su queste colonne da tantissimi anni oramai: è assolutamente indubbio che senza una salute sana, nessun individuo può svolgere al meglio e secondo le sue attitudini qualsiasi attività lavorativa o creativa che sia. E’ per questo semplice assunto che ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio di recidere, dentro di sé, ogni legame con quanto accaduto sino ad oggi. Rifiutando con forza la politica del ricatto occupazionale. Tutto ciò, come scrive lo stesso Buffa, potrà avvenire soltanto “attraverso l’unità di tutti i cittadini di Taranto, senza contrapposizioni, fomentate da chi ha interesse a che tutto rimanga come prima”. Per fare questo però, bisogna avere anche il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Come fa Buffa quando scrive che la legge 231 del 24 dicembre 2012, altro non è che “una legge ad aziendam”, che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano ad inquinare di notte; a coloro che ogni giorno alzano il livello dello scontro, assumendo un vero e proprio atteggiamento di sfida; che pur dicendosi garanti del loro posto di lavoro, continuano in realtà a tenere inattivi i lavoratori dello stabilimento e a minacciare cassa integrazione e licenziamenti; una legge che, consentendo, nonostante il sequestro, la prosecuzione dell’attività produttiva e la commercializzazione dei prodotti, permette esattamente ciò che il sequestro voleva impedire, neutralizzando tra l’altro l’intervento del magistrato perfino nel caso in cui l’azienda non dovesse uniformarsi alle prescrizioni dell’autorizzazione di impatto ambientale poiché in tal caso è prevista solo una sanzione amministrativa che spetta al prefetto irrogare”.
Parole inequivocabili, che dovrebbero fungere da monito soprattutto alle istituzioni e ai sindacati che continuano imperterriti a sostenere che l’unica via d’uscita, non esistendo alcun piano B, sia l’applicazione della legge 231. Buffa, infine, ricordando ai tarantini che “la magistratura sarà sempre dalla loro parte”, si rifà alla relazione dei periti epidemiologi, che ha accertato la correlazione esistente tra le emissioni inquinanti del siderurgico e i fenomeni di malattia e morte che si verificano ogni anno a Taranto. Perché “l’idea che qualcuno possa avere affermato, come sembrerebbe, che queste morti non contano nulla di fronte alle esigenze della produzione, è un’idea che atterrisce”.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 28.01.2013)
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