Proprio all’inizio di agosto, infatti, in Veneto chiudeva i battenti l’acciaieria Beltrame di Marghera (nel 1989 le vicentine Acciaierie Beltrame, leader europeo nella produzione di laminati mercantili, rilevarono lo stabilimento da Sidermarghera, che a sua volta aveva acquisito gli impianti dall’ex Italsider). Legata a questi eventi è anche la situazione vissuta nel Valdarno (Arezzo), dove dal 1872 sono presenti le “mitiche” Ferriere. Alle finestre dello stabilimento, nel mese di luglio, gli 80 operai superstiti di quelle che nel 2003 erano diventate le acciaierie AFV Beltrame, esposero un eloquente striscione: “Dopo 140 anni, la nostra storia finisce qui. Grazie AFV”.
E pensare che la fabbrica di San Giovanni Valdarno era la sola del gruppo, leader europeo nel settore dei laminati lunghi, capace di fare una produzione di nicchia – i profilati in acciaio – che assicurava dei guadagni o, quanto meno, il pareggio di bilancio. Una produzione ridotta nelle dimensioni, il 5% di quella complessiva della Beltrame: ma di altissima qualità. La Beltrame, tanto per restare in tema, ha anche chiuso i laminatoi in Belgio e Lussemburgo della controllata Lme (Laminés Marchands Européens).
Discorso molto simile a quanto sta avvenendo in questi giorni a Trieste, dove la Sertubi ha cessato la produzione dopo anni di agonia, con gli operai incatenati ai cancelli dell’azienda perché l’area di stoccaggio di tubi che la società Jindal Saw Italia gestisce all’interno del terminal intermodale di Fernetti, rischia di essere spostata nel porto di Monfalcone. I tubi indiani arriverebbero direttamente lì anziché, come avviene ora, in quello di Capodistria da dove poi sono trasferiti a Fernetti e quindi caricati sui tir. La chiusura totale dello stabilimento di Trieste, è legata anche alla prossima creazione di due centri di smistamento in Italia: a Monfalcone e a Bari, poiché in queste due città la Jindal ha chiesto di avere aree di stoccaggio a disposizione.
E cosa dire poi del probabile imminente fallimento delle acciaierie Lucchini di Piombino, dove il proprietario russo Alexey Mordashov ha deciso di disinvestire provando una negoziazione con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito Lucchini, azienda che a partire dal luglio dello scorso anno perde 15 milioni di euro al mese? Ma se volete, possiamo anche spostarci di qualche km arrivando a Terni, dove la appena qualche settimana fa la Commissione europea ha autorizzato la proposta di acquisizione di Inoxum, la divisione “Acciaio inossidabile” della tedesca ThyssenKrupp Inoxum che produce e distribuisce prodotti di acciaio inossidabile e ad alta lega, da parte dell’impresa siderurgica finlandese Outokumpu, la società madre di un gruppo che produce e distribuisce prodotti di acciaio inossidabile e ferrocromo in tutto il mondo, specificando però che “l’approvazione è subordinata alla cessione dell’impianto di produzione di acciaio inossidabile di Inoxum situato a Terni”. La Commissione temeva infatti che l’associazione dei due principali fornitori di prodotti di acciaio laminati a freddo conferisse all’impresa risultante dalla concentrazione, la facoltà di aumentare i prezzi.
Dunque, come si evince da questi esempi, l’acciaio italiano è da tempo in crisi, a prescindere dalle ultime vicende riguardanti l’Ilva. Il problema, semmai, è esattamente l’opposto: e cioè che proprio a fronte di queste situazioni, bisogna assolutamente “salvare” l’Ilva, visto che per l’Italia è fondamentale la produzione di siderurgia di tipo integrale, il che significa fare acciaio partendo dalle materie prime (ematite e carbone). E, guarda caso, abbiamo tre soli produttori in Italia in grado di fare questo: l’Ilva, che è la maggiore azienda in Europa, Piombino e Trieste. Se a questo si aggiunge che sui prodotti piani la produzione del siderurgico tarantino occupa l’80% del mercato italiano (il 40% in complesso sui 28,5 milioni di tonnellate di produzione di acciaio italiana), con l’industria nazionale che si approvvigiona con 5 degli 8 milioni di tonnellate prodotte dall’Ilva, ovvero il 40-45% del fabbisogno della filiera industriale trasformatrice, la chiusura del cerchio è sin troppo evidente.
Ciò detto, sempre durante l’audizione di ieri, Ferrante ha dichiarato che “la volontà di restare a Taranto ha dietro una grandissima responsabilità sociale d’impresa e mi auguro ci sia senso di responsabilità politica”. In cosa consiste questa “grandissima responsabilità sociale d’impresa”, il presidente del Cda dell’Ilva lo spiega mirabilmente subito dopo: “nei prossimi giorni presenteremo istanza di dissequestro, per avere la piena disponibilità degli impianti non appena concluso l’iter al ministero dell’Ambiente”. Per il Gruppo Riva quindi, è socialmente responsabile chiedere di poter tornare ad utilizzare impianti sequestrati da una Procura che indaga i vertici dell’azienda per il reato di disastro ambientale doloso.
Così come è socialmente responsabile voler continuare a produrre con quegli stessi impianti, continuando così ad emettere quelle emissioni diffuse e fuggitive che hanno portato al sequestro perché hanno contribuito alla diffusione di fenomeni di malattie e morte nella popolazione tarantina. Del resto, anche ieri Ferrante ha sostenuto la tesi revisionista secondo cui “le controperizie su Taranto ci consegnano un quadro simile a molte altre città italiane e dalle quali emerge che non ci sarebbe nessuna emergenza ambientale e sanitaria”.
Queste fantomatiche controperizie, non sono altro che le 20 pagine protocollate dall’Ilva nel marzo scorso, in risposta alla perizia dei periti epidemiologici: l’assunto di base della controperizia poggia su una diversa valutazione degli effetti a lungo termine nella popolazione generale, e sugli effetti a lungo termine riferiti ai lavoratori: i primi“sarebbero da attribuire a esposizioni nel lontano passato, e di conseguenza alla proprietà precedente (fino al 28 aprile 1995)”; i secondi “riguardano soggetti con pregresso impiego in siderurgia nel 1974-97, e quindi – se reali – vanno in larga parte attribuiti alla proprietà precedente”. Dunque, l’Ilva sarebbe del tutto innocente e il sequestro un clamoroso errore.
Tornando invece al discorso di cui sopra, per l’Ilva è anche socialmente responsabile confermare la richiesta di cassa integrazione per 2.000 dipendenti per 13 settimane a partire dal lunedì 19 novembre. Si tratta di 1940 dipendenti che lavorano nei tubifici, nell’area a freddo: “i tubifici sono veri e propri fiori all’occhiello – ha dichiarato Ferrante – purtroppo però la congiuntura dei mercati e la mancanza di ordini per i tubifici ci hanno spinto a prendere questa decisione”. Anche se prossimamente, come confermato dallo stesso Ferrante, potrebbero arrivare due nuovi ordini. Sempre restando in tema di responsabilità sociale, Ferrante ha ricordato la morte dell’operaio ai trasporti di qualche giorno fa, sottolineando però il “grande impegno e l’impiego di notevoli risorse da parte dell’azienda per la sicurezza sul lavoro, che ha portato ad una diminuzione drastica degli incidenti sul lavoro”.
Ovviamente si è guardato bene dal dire che l’operaio del MOF è morto anche a seguito di uno dei tanti accordi ridicoli che azienda e sindacati hanno firmato negli anni. Ma si sa, dire la verità e spiegare come stanno realmente le cose, non è mai stata una prerogativa del gruppo Riva. E a dimostrazione del fatto che il gruppo Riva non cambierà mai di una virgola, apprendiamo dalle parole dello stesso Ferrante che “inizialmente l’Ilva aveva deciso di impugnare tutti i provvedimenti che riguardavano l’AIA: ho detto di no e abbiamo lavorato insieme al governo”: chapeau.
Intanto, oggi è previsto un incontro tra azienda e sindacati in merito alla richiesta di cassa integrazione avanzata dall’Ilva, contro la quale le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici si sono unite sul fronte del no: moneta di scambio ottenere la possibilità di prendere visione del fantomatico nuovo piano industriale presentato al ministero dell’Ambiente venerdì scorso per l’applicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale. Piano che è al vaglio dei tecnici del ministero che si pronunceranno entro il fine settimana. In caso di ok al piano da parte del ministero, l’Ilva presenterà in Procura l’istanza di dissequestro degli impianti, che sarà rispedita al mittente.
Per il semplice motivo che il gruppo Riva, se realmente intenzionato a risanare gli impianti, può benissimo farlo seguendo le disposizioni dei custodi giudiziari, fermando e spegnendo gli impianti a seconda delle stesse. Soltanto dopo aver fatto tutti gli interventi previsti, e dopo verifica della riuscita degli stessi, potrà riprendere l’attività produttiva. Inutile sperare che la Procura o il GIP cambino idea. Il ministro dell’Ambiente Clini e il gruppo Riva infatti, continuano ad ignorare che in questa vicenda le regole le detta la magistratura, non loro, né gli interessi economici della logica del profitto. Prima se ne fanno una ragione, meglio é.
Gianmario Leone (TarantoOggi del 14-11-2012)
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