L’immagine che segue, più di tanti discorsi, da’ una chiara idea a che livello di arretratezza sia la più grande acciaieria d’Europa (foto in basso), confrontata con le scelte impiantistiche di una acciaierie della Corea del Sud (foto in alto), un nostro concorrente sul mercato mondiale dell’acciaio.
E questo riguarda solo il parco minerali che, dal punto di vista sanitario, è un problema minore, in quanto le dimensioni delle polveri di carbone e di ossido di ferro che si disperdono durante la movimentazione sono molto grandi e non in grado di entrare nelle vie respiratorie. I veri problemi di Taranto sono le vecchie cokerie, che l’ ILVA ha rimesso in funzione, e il reparto Agglomerazione.
E da qui che escono i cancerogeni (benzene, benzopirene, diossine) e per garantire la salute di lavoratori e cittadini non c’è altra soluzione che chiudere entrambi, al più presto possibile.
La verità è che, se Taranto deve ancora produrre acciaio, bisognerebbe rifare tutto l’impianto, di sana pianta.
E per fare questo bisogna chiudere, ma nessuno andrebbe a casa, in quanto la chiusura, la bonifica e la ricostruzione di nuovi moderni impianti richiede lavoro e operai, ma anche capitali e qui temo, Riva non ci sente: per fare affari bisogna che tutto continui come ora, con un pò di fumo negli occhi dei politici di turno e del sindacato.
Dal blog del prof. Federico Valerio, chimico ambientale, perito dell’accusa nel procedimento che portò alla chiusura della cokeria Ilva di Genova
http://federico-valerio.blogspot.it/
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