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Il grido degli invisibili – La testimonianza di un mitilicoltore

“Sono ormai giorni che sostiamo pacificamente sotto il Comune di Taranto con la speranza (ormai ridotta al lumicino) che qualcuno dei nostri amministratori ci ritenga degni di conferire con loro, anche solo per qualche minuto… Se non altro, ciò non ci farebbe sentire dei lebbrosi, dai quali bisogna stare a debita distanza per paura del contagio… E’ triste ammetterlo,  ma in questo momento vorremmo essere degli extra comunitari (nulla di personale contro di loro) per avere una minima parte delle attenzioni che ricevono loro nel momento del bisogno…

Ci sentiamo feriti nella dignità per il disinteresse generale che ruota intorno alle nostre vite e alle vite dei nostri cari… Non gridiamo violenza ma aiuto, considerazione e informazione. Ma sembra che il nostro grido non riesca a smuovere coscienza alcuna. Eppure, anche noi siamo esseri umani. Anche le nostre famiglie hanno il diritto di vivere, o meglio, dovrebbero avere lo stesso diritto che hanno le famiglie di chi sta al potere….

Ci passano davanti frettolosamente senza degnarci nemmeno di uno sguardo. Che fine hanno fatto quei sorrisi smaglianti da campagna elettorale? Purtroppo siamo stati dimenticati da coloro che durante i giorni di campagna elettorale sembravano i nostri migliori amici. Concludo con un appello: «Siamo allo stremo delle nostre forze, abbiamo bisogno di essere considerati e non più ignorati come se non facessimo parte di questa comunità».

Che il nostro grido non sia più il grido degli invisibili…”.

Giovanni Nicandro, mitilicoltore

N.B. Da circa un anno seguiamo la triste vicenda che vede come sfortunati protagonisti gli operatori ittici del primo seno di Mar Piccolo. Ostinatamente abbiamo lanciato appelli alle istituzioni per sollecitare azioni risolutive o, comunque, interventi capaci di evitare l’ennesima beffa ai danni della mitilicoltura ionica (l’imminente distruzione di tutti i molluschi adulti coltivati nel primo seno). Per mesi abbiamo denunciato tutto ciò che ci appariva incomprensibile: il ritardo accumulato per il trasferimento in Mar Grande, la mancanza di azioni concrete per mettere sotto scacco gli inquinatori, la snervante attesa di contributi economici adeguati, la latitanza dei parlamentari ionici, l’indifferenza di gran parte della città davanti al dolore di una categoria che meriterebbe ben altra considerazione. Stavolta, però, ci siamo limitati ad ascoltare la voce di un protagonista. Non indossa una tuta blu e un casco, non produce per lo stabilimento più grande d’Europa, non sfila con migliaia di colleghi per le vie del centro con striscioni finemente prodotti, ma anche lui è un lavoratore di serie A.

A. Congedo

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