Il “forestiero”, soprannome poco elegante usato da avversari politici e sindacati per etichettarlo, è riuscito a coagulare intorno alla sua carismatica figura gran parte del mondo ambientalista tarantino, calamitando anche i voti di numerosi disillusi che cinque anni fa scelsero Stefàno come l’uomo ideale per una nuova primavera tarantina.
Indubbiamente ha giocato un ruolo decisivo il fascino del politico venuto da Roma, di un’icona dell’ecologismo nazionale, che ha polarizzato l’attenzione di gran parte della borghesia tarantina, da sempre intorpidita nell’interessarsi realmente dei problemi e del futuro di questa città. Non è un caso, del resto, se le cinque liste che sostenevano la candidatura a sindaco di Bonelli, abbiano preso esattamente la metà dei voti, facendo scattare appena un seggio, che è stato peraltro assegnato a Mario Laruccia, politico tarantino di vecchio corso, dunque non proprio un ambientalista doc. Il che è la dimostrazione pratica di quanto affermiamo oramai da quasi due anni: l’ambientalismo tarantino ha ancora pochissimo appeal sulla popolazione locale. Per togliersi ogni dubbio, basta andare a guardare come ha votato il rione Tamburi, diventato negli anni, suo malgrado, l’emblema oramai planetario del dramma inquinamento a Taranto: stragrande maggioranza di preferenze a Stefàno e Cito, pochi voti per Bonelli.
Dunque, se vogliamo, il “bello” viene proprio adesso. Perché dopo i tanti proclami, le belle intenzioni e le inevitabili promesse, come sempre in politica ciò che conta sono i fatti. E per Bonelli questo vorrà dire, innanzitutto, essere presenza rumorosa e fastidiosa all’interno del consiglio comunale. Perché dopo aver ottenuto il pass per stare dentro la stanza dei bottoni, obiettivo da sempre dichiarato del movimento ambientalista tarantino, l’occasione è di quelle da non lasciarsi sfuggire. Ma certamente non nel senso di poter “realmente” cambiare il corso della storia, visto che si è all’opposizione e lo si è appena in due. Ma per fungere da vere e proprie sentinelle, ogni qual volta la nuova giunta e il nuovo consiglio comunale proverà ad andare nella direzione contraria alla tutela della salute dei tarantini e del territorio.
Che in termini pratici vorrà dire, letteralmente, “far uscire alla luce del sole” le tante carte che da sempre vengono tenute nei cassetti di Palazzo di Città. Vorrà dire far saltare i piani di chi, forte di una maggioranza bulgara nei numeri ma decisamente instabile negli uomini, continuerà a puntare dritto verso l’eco-compatibilità e la convivenza del diritto alla salute ed al lavoro, che in questi ultimi anni ha voluto significare solo e soltanto la tutela degli interessi delle grandi industrie presenti sul territorio. Ma vorrà dire anche far sentire il proprio peso “romano” in merito alle tante questioni che sono disseminate sui vari tavoli: il riesame dell’AIA, la “Vertenza Taranto” per il risarcimento danni da parte dello Stato che dovrebbe voler dire l’iniziare a pianificare un lungo ed elaborato piano di bonifiche con la conseguente eliminazione di tutte le sorgenti attive di inquinamento presenti sul territorio (dunque la progressiva chiusura totale dell’Ilva e non solo la parziale ed ambigua chiusura dell’area a caldo).
E vorrà dire anche e soprattutto far sì che a Roma, centro del mondo politico e istituzionale, inizino seriamente ad interessarsi del “caso Taranto”, specie dopo le due perizie redatte dal CTU nominato dal Gip Todisco nell’inchiesta che vede indagati i vertici dell’Ilva per diversi reati, tra cui quello di disastro ambientale, e che a breve vedrà il tanto atteso e temuto pronunciamento della Procura tarantina. Per non parlare poi di quanto attiene al famoso risarcimento danni da inviare ad Emilio Riva, che Stefàno ha dichiarato tempo addietro di avere pronto nel cassetto, ma che sin qui non ha ancora visto la luce. Stesso discorso per il referendum promosso dal comitato cittadino “Taranto Furura”, che attende solamente di conoscere la data in cui i cittadini di Taranto saranno chiamati ad esprimersi, dopo la vittoria ottenuta al Consiglio di Stato, dopo il ricorso di Ilva, Confindustria, Cgil e Cisl.
Questo per quanto attiene il livello politico-istituzionale. Ma Bonelli, sempre ammesso e non concesso che resterà a Taranto per i prossimi anni, sarà chiamato anche ad un altro duro compito. Forse ancora più improbo di quello sinora descritto, perché dovrà avvenire all’esterno del “palazzo”. Ovvero provare a far capire al mondo ambientalista tarantino, compresi coloro i quali hanno scelto di andare per la propria strada in questa campagna elettorale, che se davvero l’obiettivo è identico per tutti, allora è forse arrivato il momento di mettere da parte il proprio ego, le proprie ambizioni personali, le tante diatribe sorte in seno al movimento, alleandosi per un progetto che sia davvero comune. Che non sia solo attinente l’ambiente, ma anche e soprattutto ad un nuovo sviluppo economico per Taranto, che tragga linfa vitale dalle sue numerose risorse innate sin qui mai realmente promosse.E senza le quali non avrebbe alcun senso parlare di chiusura della grande industria, bonifiche e risarcimento danni.
E tutto questo lo si potrà fare solo dopo un confronto serio, limpido, sincero: la scrematura dei singoli avverrà naturalmente, senza bisogno di epurazioni mirate o rese dei conti fratricide. Coloro i quali hanno scelto altre strade, sono un patrimonio di questa città, non un demone da mettere al palo. Solo se si lavorerà seriamente seguendo queste strade, si potrà puntare al duplice obiettivo: da un lato far crescere nel tempo una seria coscienza civica ancor prima che ambientale, dall’altro conquistare quel 37% di astensionisti e delusi dalla politica, che hanno ancora in fondo al loro cuore il grande sogno di cambiare per sempre questa città.
Gianmario Leone (dal TarantoOggi del 10 maggio 2012)
Ilva, Nicola Riva: “A Taranto rispettate tutte le leggi in vigore”
Un pensiero alquanto superficiale e come sempre lontano anni luce dalla reale situazione di Taranto. Oltre che dalla verità dei dati e delle sentenze dei giudici. Tralasciando la consueta polemica in merito al presunto miliardo di euro investito per l’ambientalizzazzione degli impianti, è incredibile come la famiglia Riva continui a sovvertire la realtà, grazie ad un uso improprio delle parole. Come definire altrimenti l’uso del termine “perizia” al posto di “sentenza”? I tribunali amministrativi regionali (TAR) sono infatti organi di giurisdizione amministrativa, competenti a giudicare i ricorsi proposti contro atti amministrativi da privati che si ritengono lesi (in maniera non conforme all’ordinamento giuridico) in un proprio interesse legittimo. Si tratta di giudici amministrativi di primo grado, le cui sentenze sono appellabili dinanzi al Consiglio di Stato. Dunque, non emettono perizie. Come le due redatte dal CTU nominato dal Gip Patrizia Todisco nell’ambito dell’incidente probatorio conclusosi lo scorso 30 marzo, che vede proprio l’Ilva e i suoi massimi dirigenti accusati di vari reati, tra cui quello di disastro ambientale. La perizia si distingue invece in perizia giudiziale, se fatta su incarico del giudice o delle parti nell’ambito di un processo (nell’ordinamento italiano si parla più propriamente di consulenza giudiziale nel processo civile e amministrativo e di perizia nel processo penale), ed in perizia stragiudiziale, se fatta fuori da un processo. Questo tanto per essere precisi.
In secondo luogo, il Tar di Lecce lo scorso aprile ha dichiarato una cosa diversa. Ovvero ha accolto il ricorso dell’Ilva avverso l’ordinanza del sindaco Stefàno dello scorso 25 febbraio, non perché a Taranto non ci sia una reale emergenze sanitaria (come invece dimostra la perizia degli esperti epidemiologi, giudicata inattendibile dagli avvocati Ilva), ma perché il primo cittadino emise un’ordinanza senza alcun valore giuridico. Invece di segnalare specifici pericoli per la salute pubblica che esigono l’applicazione d’interventi immediati come la cessazione di attività lavorative nocive e dannose fino a quando non siano stati adottati gli strumenti ed i meccanismi idonei ad eliminare la predetta situazione e ripristinare, così, lo status quo ante, Stefàno scrisse una formale richiesta che imponeva all’Ilva di ottemperare all’applicazione di diversi provvedimenti, che andavano ad incidere in maniera strutturale e definitiva sull’impianto dell’ILVA, sul suo funzionamento e controllo: dunque, un provvedimento inappropriato e illegittimo rispetto ai poteri del Sindaco.
Infine, in merito al presunto rispetto da parte dell’Ilva di tutte le leggi in vigore, nella perizia dei chimici consegnata in Procura, viene scritto a chiare lettere come “alle emissioni derivanti dagli impianti dove sono svolte anche attività di recupero non sono stati installati i sistemi di controllo in continuo né viene verificato il rispetto dei limiti dei parametri inquinanti. Non vi è alcun elemento che dimostri il rispetto dei limiti, né un modo per verificarlo”. Fine della storia.Probabilmente, solo il termine “ridicolo” è quello più azzeccato da parte del presidente del gruppo Ilva. Ma non perché si sia deciso di avviare il riesame dell’AIA (il cui testo dello scorso luglio è quello sì ridicolo), bensì perché è il termine migliore per sottolineare la tardiva iniziativa intrapresa dalle nostre istituzioni, improvvisamente accortesi che l’autorizzazione rilasciata a luglio (contro la quale tra l’altro l’Ilva ha avuto anche l’ardire di presentare ricorso al Tar di Lecce, in merito ad alcune prescrizioni, peraltro accolto) non conteneva nulla di quanto avrebbe invece dovuto prevedere (vedi, ad esempio, la copertura dei parchi minerali).Ciò detto, l’Ilva naviga in strane acque.
Nel 2011 infatti, la siderurgia italiana ha prodotto 28,6 milioni di tonnellate, con una crescita dell’11%, arrivando a ridosso del record storico del 2008 quando le tonnellate furono 30,5 milioni. Si tratta di un record in Europa, superato solo da Turchia (+17%) e Corea (+14%). Una tendenza che prosegue anche nei primi tre mesi del 2012, con le acciaierie che hanno messo a segno un più 5,7%, mentre in Europa è diminuita del 3,8% e in Germania addirittura del 5,8 per cento. Ma per il resto del 2012, le notizie non sono delle migliori: margini di crescita ridotti, difficoltà nell’aumentare le quotazioni e costi delle materie prime che non scenderanno. Con il rischio, nemmeno poi tanto velato, della chiusura di alcuni forni. Che qui a Taranto vorrà dire immediata cassa integrazione. Una carta da giocare nel medio periodo: la prossima amministrazione comunale e la Procura di Taranto sono avvisati.
Gianmario Leone (dal TarantoOggi del 10 maggio 2012)
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