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Taranto, riparte l’iter per le bonifiche

TARANTO – Si è aperto ieri a Roma, presso il Ministero dell’Ambiente, l’ennesimo capitolo della conferenza decisoria relativa alle attività di manutenzione per il SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Taranto, sia per le aree a terra (pubbliche e private) che per quelle a mare. Alla riunione di ieri hanno partecipato l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro, che si è detto come sempre entusiasta (lo fece anche lo scorso 5 luglio quando venne rilasciata l’AIA all’Ilva) ed il dirigente del settore Antonello Antonicelli.

Dunque, dopo l’ultima istruttoria dello scorso dicembre, si è rimesso in moto questo magma indefinito ed impenetrabile che riguarda la bonifica del territorio ionico. Un processo di dimensioni notevoli nonché di proporzioni economiche non ancora quantificate. Il Sin di Taranto è infatti uno dei più vasti d’Italia ed è stato perimetrato con decreto del ministero dell’Ambiente il 10 gennaio del 2000. L’argomento è tornato d’improvviso in auge nell’agenda politica delle nostre istituzioni, dopo i risultati alquanto catastrofici emessi dalle due perizie del CTU nominato dal Gip Todisco nell’ambito dell’inchiesta che vede coinvolta i vertici societari dell’Ilva S.p.A., sospettata di una serie di reati, tra cui quello di disastro ambientale.

Eppure, sino a qualche mese fa, l’argomento era un ovvio tabù. Basti pensare che il progetto di legge sulla bonifica delle falde acquifere della Regione Puglia, dopo un iter spedito e giunto praticamente ad un passo dalla sua approvazione lo scorso giugno, si è misteriosamente perso nei cassetti degli uffici di Bari. Anche perché durante un’audizione della V Commissione, spuntò fuori il verbale della Conferenza dei Servizi decisoria del 15 marzo 2011, in cui veniva attestato come l’Ilva avesse inquinato sia la falda superficiale che quella profonda. In quel verbale infatti, veniva allegata una nota inviata dallo stesso siderurgico (protocollata DIR/28 del 16/04/2010), acquisita dalla Direzione Generale TRI del Ministero dell’Ambiente, del Territorio ed del Mare nell’ambito del procedimento del rilascio dell’A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale), nella quale venivano riportati i dati dei piezometri effettuati per stabilire la qualità delle acque superficiali e di quelle profonde. E sia nella falda di superficie con “manganese, ferro,alluminio, arsenico, cromo esavalente e cianuri totali per gli inorganici, mentre i contaminanti organici riscontrati sono IPA, BTXES e diversi composti clorurati”, sia nella falda profonda con “piombo, ferro, manganese,alluminio, cromo totale, nichel e arsenico mentre per gli inquinanti organici si è avuto il superamento per triclorometano, tetracloroetilene, diversi IPA”, i campioni che superavano per tre o più parametri il valore limite di accettabilità erano in netta maggioranza.

Inoltre, la Conferenza dei Servizi quel giorno deliberò una serie di provvedimenti urgenti, rimasti semplicemente lettera morta. Primo tra tutti, che il rilascio dell’A.I.A. “non esime il titolare dell’impianto di avviare e concludere nei tempi previsti il procedimento di bonifica e risanamento ambientale per il sito in questione”. Inoltre, veniva chiesto agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e ASL) di effettuare idonei sopralluoghi a cadenza ravvicinata “al fine di rendere edotti i soggetti sullo stato attuale del sito, con particolare riferimento agli usi delle acque di falda contaminate e/o ai rischi professionali e sanitari degli operatori/fruitori del sito”. Così come era richiesto ad ARPA Puglia e Provincia di Taranto una “verifica sull’intero ciclo delle acque di processo, con particolare attenzione al loro scarico/smaltimento finale”.

E’ bene ricordare infatti, come la Conferenza dei Servizi ammoniva l’Ilva S.p.A. ad attuare idonee misure di bonifica e messa in sicurezza e bonifica delle acque, e di come il Comune di Taranto veniva esortato in mancanza di tali provvedimenti, ad emettere un’apposita ordinanza di diffida “in danno per l’adozione dei citati interventi a salvaguardia della salute umana e dell’ambiente, evidenziando che la mancata attivazione degli interventi medesimi può aggravare la situazione di danno ambientale, già in corso di accertamento da parte di ISPRA”. Infine, la Conferenza dei Servizi esplicitava in maniera chiarissima come “si chiede ad Arpa Puglia di validare le attività di caratterizzazione finale della società, valutando la correttezza delle scelta degli analiti effettuata dalla medesima società” e all’Ilva di evitare di agire con furbizia “non procedendo al ritombamento degli scavi fino a controanalisi avvenuta”.

Ma, come ben sappiamo, a tutto questo l’Ilva si oppose con l’ennesimo ricorso al Tar di Lecce: esattamente il decimo su questa materia da quando, nel lontano 2005, la Conferenza dei Servizi ha osato invitare l’azienda a provvedere ai danni causati al territorio ed alla falda di superficie e profonda. Ricorso vinto a metà, in quanto anche il Tar dichiarò idonea la richiesta della Conferenza dei Servizi “di integrare la caratterizzazione dei terreni e di attivare idonee misure di messa in sicurezza di emergenza attraverso la rimozione della fonte inquinante”. Anche perché l’analisi di rischio è stata presentata dall’Ilva il 25 ottobre 2006, non proprio l’altro giorno quindi. Documento che nel verbale del marzo 2011, la Conferenza dei Servizi giudicò incompleto, vista “la perdurante assenza della conseguente Analisi di Rischio che deve concorrere alla definizione dei nuovi valori soglia al fine di stabilire definitivamente il livello di effettivo inquinamento”.

D’altronde, l’analisi di rischio costituisce un antecedente logico della bonifica, in quanto è immediatamente finalizzata alla determinazione dei nuovi valori soglia, cioè le concentrazioni soglia di inquinamento e di seguito alla individuazione degli interventi necessari. Per questo, lo scorso dicembre, il Tar accolse in parte il ricorso Ilva, in quanto, come si legge nella stessa sentenza, “i secondi motivi aggiunti devono essere accolti, perché non può individuarsi un intervento di bonifica se il procedimento volto a verificare l’effettivo inquinamento (e possibilmente il responsabile di questo) non si è ancora concluso”. Il che non vuol dire, come affermò l’Ilva lo scorso dicembre e come riportarono erroneamente tutti i mass media, che il siderurgico non sia responsabile dell’inquinamento di falda: ma, al contrario, rivela come finché non saranno effettuati tutti gli studi come previsto dalla legge, continueremo a non sapere con certezza scientifica quanto e fino a che punto l’Ilva ha contribuito all’inquinamento della falda superficiale e profonda. Ecco perché forse sarebbe il caso che chi oggi parla apertamente di bonifiche, vuoi perché non sa, vuoi perché non ha letto le carte, farebbe meglio a studiare. In assoluto e religioso silenzio.

Gianmario Leone (dal TarantoOggi del 4 maggio 2012)

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