Voto Nevoli, è il regista di una squadra. Farà saltare il banchetto dei poteri forti

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TARANTO – Ti è mai capitato di amare a tal punto la tua terra da volerla liberare, costi quel che costi? Anche se lo Stato l’ha consegnata nelle mani dell’Italsider, poi Ilva, dell’Eni, della Marina Militare e delle discariche. E’ un po’ come quando da bambino pensavi a tutte le strategie possibili per riconquistare il fortino caduto nelle mani di quelli della palazzina accanto. Ci sono persone che vogliono liberare la propria terra a Taranto. Così come a Reggio Calabria, a Palermo, a Napoli.

Non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi a un Paese che ha dimenticato il Sud, dopo aver finanziato per decenni lo sviluppo settentrionale con le risorse e la manodopera a basso costo dei “terroni”. Ci sono persone che hanno iniziato a reagire e non da oggi. Chi nell’associazionismo, chi facendo politica in questo o quel movimento. Chi dentro e chi fuori dalle istituzioni. L’Italia sopravvive se i meridionali riprendono in mano il proprio destino. E’ questo il punto. E se comunque non ce la farà, non è affatto detto che a soccombere sarà quella che i leghisti considerano la palla al piede del Paese.

A meno che qualcuno non sia convinto che “l’interesse nazionale”, che guarda caso da 156 anni non coincide mai col nostro, continuerà a essere la mano con cui rubare il petrolio in Basilicata, o la salute dei bambini del quartiere Tamburi di Taranto. Già, Taranto… per me non è semplice parlarne perché la sua storia recente si intreccia con la mia, con scelte professionali difficili, con l’odio e l’amore che caratterizza i sentimenti grandi. Qui lo Stato ha toccato il suo punto più basso.

Mai avrei immaginato che avrebbero rivoltato il diritto pur di garantire ai camini la licenza di uccidere. Alcuni dei quali funzionano grazie alle cokerie portate da Genova. Lì sono bastate le mamme in piazza e una inchiesta a far chiudere l’area a caldo; a Taranto 50 mila persone incazzate le hanno ignorate anche i tg nazionali (al caso non credo più da tempo). Pensavo che se mai un giorno la magistratura avesse aperto il cassetto e fatto uscire le carte la storia sarebbe cambiata.

E’ bastato attendere qualche settimana dopo l’ordinanza di sequestro degli impianti dell’Ilva, del 25 luglio del 2012 e a firma del Gip Patrizia Todisco, per capire che le cose sarebbero andate diversamente. I tarantini meno avvezzi alla burocrazia hanno imparato il significato della parola “decreto”: lo strumento in mano allo Stato per imporre l’inquinamento necessario a garantire alle fabbriche del Nord la sopravvivenza delle lavorazioni a freddo (molto, molto meno impattanti).

Nel frattempo i Governi lasciano morire il porto, stringendo accordi internazionali per favorire scali a ben altre latitudini, come accaduto appena il mese scorso con la Cina a vantaggio di Trieste e Genova. In questi anni Taranto, però, si è organizzata. Ha capito da che parte fossero i nemici e ha iniziato a costruire l’alternativa sociale e politica, in attesa di tempi migliori per quella economica. I volti che di tanto in tanto scorgevi in qualche conferenza sono diventati le fondamenta su cui costruire progetti.

Operai, disoccupati, professionisti. Uomini e donne. Molti giovani ma anche qualche anziano che ha riscoperto la voglia di lottare. “Lo faccio per i miei nipoti”, sapendo bene che per i figli oramai può fare ben poco. L’alternativa allo Stato a Taranto è nata in quella calda estate del 2012. Da allora percorsi umani si sono uniti e slegati centinaia di volte. Le piazze sono diventate comitati, associazioni, movimenti. La buona volontà, e solo quella, ha fatto sbocciare iniziative incredibili, alcune delle quali veri patrimoni della città. Non le cito per salvaguardarle da una campagna elettorale che nuota troppo nel torbido e non rispetta niente.

Taranto ha continuato a cambiare. Un lungo percorso che si è un po’ sfilacciato con l’arrivo delle amministrative. Ce lo aspettavamo. Se tutti i buoni della terra fossero capaci di unirsi i cattivi perderebbero in un secondo. A volte, però, e a mio avviso è questo il caso, la diversa visione dei problemi di Taranto inquadrati in ciò che accade nel resto del Paese frammentano le forze sane. Bisogna accettarlo. Chi votare allora? Per me è intorno al Movimento Cinque Stelle che è cresciuto il progetto politico più solido.

Un percorso dal basso, condiviso, che ha visto tanta gente lontana da logiche di potere guardarsi negli occhi, da essere umano a essere umano. Decidere insieme. Una idea moderna di città inserita in un percorso nazionale, fino ad oggi il più coerente con le lotte tarantine tra quelli rappresentati in Parlamento. Io non sono un attivista del Cinque Stelle e non ho mai lesinato critiche al movimento fondato da Grillo e Casaleggio ma di questo va dato atto ai portavoce in Europa, alla Camera, al Senato e in Consiglio Regionale.

Sono all’opposizione, bisognerà vederli al Governo, dirà qualcuno. Ha ragione, d’altro canto però il voto è un momento della vita di un cittadino a cui poi deve seguire la fase più importante: quella del controllo. Senza dimenticare che bisogna scegliere oggi chi votare in riva allo Ionio, non con il senno di poi. Invito tutti a proporre ai tarantini un percorso alternativo altrettanto coerente con le battaglie che da anni la città, da sola o quasi, sta portando avanti.

Ovviamente deve essere lontano dai partiti che l’hanno quasi ammazzata (Partito Democratico, Forza Italia, sinistra pre e post vendoliana, ecc.). Un percorso che porti Taranto realmente in tutte le stanze che influenzeranno le sue sorti, a cominciare da quelle romane. E che magari non costringa amici e compagni a vergognarsi di chi può sedersi al loro fianco. Avete dato fiducia a Giancarlo Cito, a Rossana Di Bello e a Ippazio Stefàno, non cercate di convincermi che adesso non la merita un gruppo di giovani che non ha nulla a che fare con il sistema di potere sotterraneo che ha in mano la società e l’economia tarantina.

Persone credibili che in queste settimane vi hanno raccontato, punto per punto, cosa vogliono realizzare. Do per scontato che dopo più di un mese di campagna elettorale tutti sappiate, ad esempio, cosa vuol dire programmazione della chiusura delle fonti inquinanti, reimpiego degli operai nelle bonifiche e nella riconversione economica, e tutti gli impegni che da tempo considero fondamentali per salvare Taranto.

Non sempre sono problematiche di diretta pertinenza del Comune, è vero, ma verso di esse un sindaco può indirizzare l’attenzione e le politiche nazionali. Pochi candidati possono davvero camminare a schiena dritta per la città e prendere impegni così risultando al contempo credibili. Le storie delle persone, d’altronde, non può inventarle un bravo storytelling, o ci sono o non ci sono. Tra chi può proporsi a testa alta c’è senz’altro Francesco Nevoli.

Un uomo mite ma determinato che ho avuto la fortuna di apprezzare negli anni. L’avvocato dei ragazzi che non ci stanno ad abbassare la testa. Dei cittadini che fermano la discarica. Coerente fino al midollo ma capace di confrontarsi con chi la pensa diversamente. In grado di fare gioco di squadra, di non rincorrere quel protagonismo esasperato che più di qualche volta ha fatto male alla mia terra. Erano queste per me le caratteristiche che doveva avere il sindaco di Taranto. E che forse avrà.

Una città difficile da amministrare e che non esaurisce i suoi problemi tra l’Ilva e l’Eni. Che deve rimettere al centro la legalità e la partecipazione popolare. Che deve aprire i propri libri contabili in piazza e dire la verità sui conti che non tornano e su un dissesto che da 10 anni non riesce a mettersi alle spalle. Con Nevoli per la prima volta i cittadini possono spiazzare i poteri forti. Possono vincere davvero. Ma sappiate che tutti, davvero tutti, dal giorno dopo sarete chiamati a farvi carico del vostro pezzetto di responsabilità.

Perché il voto di domenica sarà davvero solo una tappa di una strada molto lunga e sofferta. Lasciare soli Francesco e i consiglieri che entreranno da vincenti a Palazzo di Città sarebbe l’errore più grande. Serviranno tutte le forze sane. Magari riallacciando i percorsi sfilacciati da questa campagna elettorale ma che sono destinati a procedere nella stessa direzione. Per il bene di una città dimenticata da Dio ma soprattutto dagli uomini.

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