Metalli pesanti e salute dei bambini, parla il prof. Lucchini: “A Taranto c’è un problema”

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Foto di Marco Serracca

TARANTO«Lucchini TarantoLa ricerca ha permesso di individuare un 15% di casi potenzialmente clinici, totalmente misconosciuti: questo dato dimostra che a Taranto c’è un problema. Pensate che nel campione esaminato a Brescia, la percentuale arrivava al 10% ed era già tanto». A parlare è il prof. Roberto Lucchini. docente di Medicina del Lavoro dell’Università degli Studi di Brescia, e consulente della Asl di Taranto nell’ambito dello studio relativo agli effetti dell’esposizione ai metalli pesanti, (piombo in primis) sulla sfera neuro-comportamentale e cognitiva nei bambini di età compresa tra 6 e 11 anni, presentato a Roma il 7 dicembre scorso.

Nella relazione pubblicata sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità si legge che “lo studio ha permesso di rilevare una situazione di potenziale presenza di disturbi clinici e preclinici del neurosviluppo nell’area di Taranto, non riconosciuti e non adeguatamente sottoposti ad interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi. Il 15% di potenziali diagnosi cliniche osservato nel campione esaminato, basato per definizione su soggetti supposti sani, indica l’opportunità di ulteriori approfondimenti diagnostici ed epidemiologici”.

Una percentuale, quel 15%, che va presa molto sul serio. In troppi, in questi giorni, si sono espressi sui risultati dello studio senza avere le competenze necessarie. Così, cerchiamo di non cadere nella trappola dell’allarmismo ma neanche in quella decisamente rassicurante del negazionismo. Lo stesso prof. Lucchini, raggiunto oggi da InchiostroVerde.it al suo ritorno dagli Stati Uniti, avverte l’urgenza di fare chiarezza su dei risultati finora comunicati in maniera inadeguata. «A noi interessano le famiglie – dice Lucchini abbiamo il dovere di chiarire loro ogni dubbio. Ora che l’embargo sulla divulgazione dei dati non c’è più, abbiamo l’obbligo di dire come stanno le cose senza nascondere nulla». 

L’esperto, che ha svolto a Brescia uno studio analogo a quello condotto su circa 300 bambini tarantini, conferma quando denunciato dal nostro sito (leggi qui) sulla comunicazione dei risultati degli “Studi di biomonitoraggio e tossicità degli inquinanti presenti nel territorio di Taranto – CCM 2013”: «Abbiamo lavorato anche a Ferragosto per scrivere la nostra relazione –  spiega Lucchinipoi, dopo la divulgazione degli esiti dello Studio “Forastiere” (nel mese di ottobre 2016, ndr), è stata imposta un’improvvisa accelerazione per concludere tutto. Se avessimo avuto più tempo a disposizione, avremmo potuto rendere il rapporto finale (riguardante anche altri ambiti di studio, ndr) più comprensibile e colloquiale».

In effetti, l’accelerazione si è avuta nel periodo successivo alla presentazione dei dati dello Studio Forastiere che ha svelato il collegamento tra l’aumento di patologie tumorali, specie nei bambini, e l’esposizione a sostanze inquinanti (Ilva). Il clamore mediatico suscitato da quei dati aveva spinto il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, a minacciare un’ordinanza di chiusura dell’Ilva, in verità mai emessa.

Dal cilindro del primo cittadino era uscita anche una lettera al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, per chiedere lumi sul da farsi. La Lorenzin aveva risposto annunciando la presentazione degli esiti dello studio sul biomonitoraggio entro un mese. Arriviamo quindi al convegno del 7 dicembre e, in particolare, alla presentazione dei dati sull’impatto neuropsicologico degli inquinanti nei bambini di Taranto. Quando si parla del 15% di soggetti potenzialmente a rischio si fa riferimento a quattro ambiti: ritardo intellettivo (QI), iperattività e deficit dell’attenzione, autismo, ansia e depressione.

«Si tratta di dati preoccupanti – evidenzia Lucchinisono contento che almeno il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano lo abbia compreso. In base al principio di precauzione, abbiamo già gli elementi necessari per dire che  a Taranto c’è un problema da affrontare. Va detto, inoltre, che quel 15% del campione con potenziali disturbi, va in progressione nel quartiere Tamburi dove la percentuale è significativamente più alta. Basti pensare che il QI è peggiore di dieci punti rispetto ad altre zone: è tantissimo».

Ciò che rende più delicata la situazione del rione “Tamburi” è la sinergia tra due tipi di problematiche. «A Taranto, come in altre zone svantaggiate del mondo – aggiunge l’esperto – si sommano due problematiche: i fattori socio-ecomomici e l’esposizione a fonti inquinanti. Entrambe, combinate insieme, producono un impatto negativo sulla salute dei cittadini». Cosa fare, dunque, per aiutare quei bambini potenzialmente affetti da disturbi di natura neuropsicologica?

«Bisogna puntare innanzitutto sulla comunicazione alle famiglie per spiegare cosa è emerso dallo studio. Ci vuole grande delicatezza e rispetto della privacy – dice Lucchinici sono almeno cinquanta soggetti che vanno presi in carico. Le strutture di assistenza fanno quello che possono, ma devono essere potenziate e dotate di personale specializzato. In realtà, non servono ingenti risorse per assumere neuropsicologi. Il nostro obiettivo, ora, è chiudere il cerchio, fare in modo che tutti questi bambini abbiano una diagnosi certa e la conseguente terapia. Si tratta di soggetti in età precoce, sui quali è possibile ottenere ancora un recupero. Ma bisogna intervenire con tempestività». In merito alla decisione di escludere dal campione i soggetti già accertati come non sani viene spiegata – secondo Lucchini- dalla necessità di non condizionare gli esiti.

Nella relazione dell’Iss si parla anche della necessità di intervenire sulla prevenzione. Ma come si fa a prevenire i danni alla salute se la principale sorgente di contaminazione esistente sul territorio – l’Ilva – continua ad emettere veleni, pur producedo a livelli inferiori rispetto al passato? «Non so cosa rispondere – ammette Lucchiniè un problema troppo grande». 

Ricordiamo che lo studio ha appurato che “i disturbi osservati sono maggiormente evidenti nelle aree in prossimità delle emissioni industriali considerate ed in funzione inversa rispetto alla distanza dalle sorgenti, calcolata in riferimento ai camini di emissione dell’ILVA, nelle cui adiacenze insistono anche una raffineria ed un cementificio”. Qualche rigo dopo, nella relazione conclusiva, si legge: “Data la natura trasversale delle osservazioni non è possibile attribuire un ruolo di causalità, considerando la non disponibilità di dati di monitoraggio ambientale in prossimità delle scuole prese in considerazione che non ha permesso di identificare con precisione le sorgenti di esposizione”.

Come mai questa contraddizione? Lucchini spiega che nel database dei ricercatori non erano disponibili i dati ambientali da incrociare con i risultati dello studio. Perché? Questa la sua risposta: “Dovrebbe chiederlo a qualcun altro, ma non credo che questa mancanza sia dovuta ad una volontà malevola”.  E ora non resta che attendere la presentazione dei dati a Taranto, come promesso dal dottor Michele Conversano, responsabile del Dipartimento di Prevenzione della Asl ionica, e come confermato dallo stesso Lucchini.  Taranto avrebbe dovuto essere la sede originaria per un evento così importante, ma qualcuno – a Roma – ha deciso diversamente. Come capita spesso nell’indifferenza di tanti.

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