“Le classi dirigenti non si selezionano sui social network” – L’intervista a Sergio Pargoletti

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TARANTO – «I social network sono degli strumenti straordinari di comunicazione, consentono di attivare relazioni ed allargare il consenso, anche in ambito politico. Allo stesso tempo, però, possono generare illusioni come quella di poter formare una classe dirigente sulla base dei like». Sergio Pargoletti, scrittore e giornalista tarantino, autore del libro “Facebook e il Principe”, edito da Scorpione editrice, invita ad osservare con maggiore oggettività e cautela l’evoluzione dei social network, divenuti il megafono privilegiato di impetuosi sentimenti di rabbia, risentimento e frustrazione. Il libro, presentato mercoledì scorso nella sede del circolo culturale “L’Impronta”, insieme al giornalista Nicola Sammali, offre diversi spunti di riflessione che abbiamo affrontato con l’autore a margine dell’incontro.

«Osservando la realtà italiana, dalle piccole città a quelle più grandi – spiega Pargoletti a InchiostroVerde.it – scopriamo che non sempre al consenso che si ottiene sui social (e poi nelle urne) corrisponde una capacità di governo dei territori e delle comunità. Bisogna ricordare che in un sistema democratico sono due i principi che riescono a tenere in piedi l’architettura costituzionale: quello della rappresentanza e quello della competenza. I social consentono di diffondere idee, programmi, proposte, ma non garantiscono l’espressione di competenze specifiche. La politica richiede passione ma anche studio e approfondimento. Chi pensa di selezionare le classi dirigenti sui social commette un errore».

cop-pargolettiLo sguardo di Pargoletti non si ferma all’Italia e all’esperienza nazionale del Movimento Cinque Stelle. Si allarga all’Europa e agli Stati Uniti, dove l’affermazione di Donald Trump alle elezioni presidenziali è strettamente legata al suo straordinario attivismo sui social.

«La crisi economica ha scatenato l’ira dei cittadini nei confronti dell’establishment – dice Pargoletti – i social si sono trasformati nella cassa di risonanza di una rabbia che non implica alcuno slancio verso il futuro, ma un ripiegamento verso il tempo presente. Accade, quindi, che i cittadini, proprio attraverso i social, prendano di mira la classe dirigente: dal consigliere regionale all’europarlamentare fino ad arrivare al presidente del Consiglio. Il dialogo virtuale e diretto con i politici rappresenta una grande opportunità, ma comporta anche il pericolo di veicolare messaggi violenti». 

Come fare, allora, per porre un argine a questa deriva? Le istituzioni dovrebbero attuare una qualche forma di controllo o addirittura di censura? «L’idea della censura non mi convince è la risposta di Pargoletti – come diceva Michel Foucault la critica è l’arte di non essere eccessivamente governati. Il segreto è tutto in quell’ “eccessivamente”. Bisogna prendere atto che i social esistono. Il web fa parte della struttura sociale e culturale della nostra comunità. Allo stesso tempo, però, bisogna acquisire la consapevolezza sia delle opportunità che dei pericoli. Questo è il primo passo. Non immagino uno strumento di censura esercitato dallo Stato o da altre istituzioni. Mi sembra impossibile porre un freno all’innovazione tecnologica. Il compito di chi, come me, studia i fenomeni politici è quello di segnalare anche i limiti di strumenti che hanno cambiato la struttura della nostra società» 

Se i social network si sono trasformati in sterminate praterie prive di controllo, dove ognuno si sente autorizzato a divulgare informazioni di qualsiasi genere con la presunzione di avere sempre la verità in tasca, forse la responsabilità è anche della carta stampata che non ha saputo più rappresentare le istanze di chi sta all’opposizione o si sente alternativo al pensiero dominante. Non sarebbe, quindi, auspicabile una sana e schietta autocritica?

«Un capitolo del libro è dedicato proprio alla stampa – sottolinea Pargolettiin Italia ci sono 120.000 giornalisti. Pensare che ci sia un mercato del lavoro aperto a tutti, mi sembra davvero complicato. Bisogna ammettere, però, che la stampa ha abdicato al suo ruolo di critica e di sentinella nei confronti del potere nell’interesse dei cittadini. Per recuperare terreno dovrebbe scommettere sull’approfondimento, sulle competenze, sul giornalismo d’inchiesta. Oggi, nei giornali, sono i rapporti con gli uffici stampa a spadroneggiare. Questo può anche andare bene, ma i giornali sono nati con un’altra funzione. Rilancio la proposta di Umberto Eco: la stampa potrebbe dedicare ogni giorno due pagine alla recensione dei siti, così come fa con i dischi e i film. Siccome i siti sono straordinariamente ricchi di notizie ma anche di bufale, è necessario mettere in guardia i lettori affinché si tengano lontano da chi diffonde notizie prive di fondamento o caratterizzate dal sensazionalismo. Le statistiche ci dicono che c’è ancora uno zoccolo duro che non rinuncia alla carta stampata. Questa può sopravvivere se accetta la sfida dell’innovazione tecnologica e se recupera autorevolezza».

Leggi la recensione di Facebook e il Principe.

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