Ilva, ArcelorMittal salvatore della Patria? Chiedetelo agli abitanti di Zenica

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ArcelorMittal, in jv con Marcegaglia, alza l’asticella della produzione nell’offerta per gli asset dell’Ilva, dai 6 milioni di tonnellate dichiarati nei mesi scorsi (in linea con le richieste dell’attuale Aia) a 8 milioni, aggiungendo 2 milioni di tonnellate di bramme da laminare provenienti da altri siti del gruppo. In ogni caso, gli altoforni in marcia restano tre, e per l’afo 5 non ci sono speranze di tornare in funzione, nonostante il piano di investimenti, anche in nuovi impianti, si preveda corposo.

Lo ha annunciato ieri Geert Van Poelvoorde, ceo di ArcelorMittal Europe flat products, presentando gli investimenti e i progressi del ciclo integrale di Gent, in Belgio, fiore all’occhiello del gruppo. Una realtà da oltre 5 milioni di tonnellate, integrata a monte e a valle, nella quale, nel solo 2016, sono stati investiti 144 milioni in ricerca, automazione e produttività. E’ quanto riporta oggi il “Sole 24 Ore”. Ma non è solo il giornale di Confindustria a dare ampio risalto alla notizia.

ArcelorMittal intende proporsi come il miglior partner possibile per rilanciare llva e nel farlo cerca di sminuire  Jsw, il gruppo indiano che, con Cdp, Arvedi e Delfin è in competizione con Am per rilevare gli asset pugliesi (offerte definitive entro il 3 marzo). «È un’ottima realtà, ben strutturata – ha spiegato il manager -, ma ha una dimensione produttiva limitata e circoscritta al mercato indiano. Ha poca esperienza di acquisizioni e nessuna presenza in Europa».

Lo stesso manager ci mette poco a stroncare lo scenario auspicato dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sulla decarbonizzazione: «in questo momento non può funzionare in Europa». In merito al piano ambientale Van Poelvoorde si è detto «consapevole dei limiti, siamo in contatto con il Governo: in ogni caso, per non essere squalificati, la nostra offerta sarà in conseguenza di quanto richiesto dalle regole».

Ma cosa sappiamo di Arcelor Mittal? Proprio ieri, mentre si diffondevano queste notizie sulle ambizioni del colosso siderurgico nei confronti dell’Ilva di Taranto, un sito di informazione internazionale – TheGuardian.com – pubblicava un approfondimento sulle acciaierie di Zenica (Bosnia centrale).

“Quando Lakshmi Mittal ha acquistato l’impianto di Zenica nel 2004 – si legge – il miliardario indiano ha promesso di fare “tutti gli investimenti appropriati per la tutela dell’ambiente”. Ma in un decennio, gran parte di questo lavoro non è stato completato”. 

Molti abitanti di Zenica ritengono che l’inquinamento dell’aria sia causa di malattia. Nell’articolo vengono riportate le testimonianze di alcuni cittadini residenti nella zona delle acciaierie. Sia Šahiza Sehic che suo marito, Asim, hanno avuto il cancro. Molti dei loro vicini di casa hanno avuto problemi di salute simili. “Ci sono persone con il cancro polmonare, al seno; molti hanno il cancro del tubo digerente – dice Sehic – quasi ogni casa ha perso almeno una persona a causa del cancro. Non era così prima”. Ai residenti nella zona è stato chiesto di non mangiare verdure a foglia larga di produzione locale o uova perché contaminate. La storia di questa città di 100.000 abitanti è davvero interessante e ci ricorda molto da vicino quella di Taranto.

Nel 2004 – viene spiegato nell’articolo del Guardian – Lakshmi Mittal, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha acquistato la maggior parte delle industrie siderurgiche della Bosnia durante la privatizzazione avvenuta nel dopoguerra. L’accordo è stato ampiamente accolto a Zenica –  città devastata dalla guerra e dalle difficoltà – molti hanno visto ciò come un’opportunità per il lavoro e per tornare alla normalità. Ma la prosperità non è tornata a Zenica. L’acciaieria dava lavoro a circa 22.000 persone nel 1991, ma appena un decimo di quel lavoro figura oggi. Molti si lamentano che i loro posti di lavoro sono precari e sono legati ad un costo enorme per l’ambiente locale”.

Si apprende che nel 2004 l’accordo di privatizzazione con Mittal Steel, ora ArcelorMittal, prevedeva l’impegno a fare “tutti gli investimenti appropriati per la tutela dell’ambiente”. Nei documenti presentati al ministero federale bosniaco nel 2008, visionati dal Guardian, il gigante d’acciaio aveva promesso di intraprendere una serie di misure costose per ridurre le emissioni. Questo lavoro doveva essere completato entro la fine del 2011. Più di cinque anni dopo tale termine – viene evidenziato nell’articolo – molti di questi miglioramenti non sono stati conclusi o, in alcuni casi, nemmeno iniziati”.

Ecco alcuni elementi forniti dal sito: “L’enorme forno ad ossigeno di base (BOF) funziona ancora senza depolverazione secondaria, in violazione della legge sulla protezione dell’ambiente della Bosnia. Non c’è stata alcuna desolforazione del forno da coke. L’impianto è in funzione senza alcune delle autorizzazioni ambientali richieste dal dicembre 2014; altre sono scadute nel novembre 2015. ArcelorMittal prevede che i permessi saranno a posto “molto presto” e che nel frattempo si ha il diritto di continuare ad operare”.

Tra i protagonisti della lotta in difesa di salute e ambiente viene citato Samir Lemes, entrato nel gruppo ambientale Forum Eko Zenica nel 2009, un anno dopo la morte del padre. Ovviamente era molto preoccupato per l’effetto che l’inquinamento avrebbe avuto anche sui suoi due figli. Nel 2015, Forum Eko ha presentato denuncia penale contro ArcelorMittal e le autorità federali citando l’alto e continuo livello di inquinamento atmosferico: il primo atto d’accusa per i crimini ambientali in Bosnia.

Nel mese di gennaio 2016, un’altra causa è stata presentata contro il Ministero federale  dell’Ambiente della Bosnia, questa volta da parte delle autorità della città di Zenica. Entrambi i casi sono ancora aperti. Lemes si aspetta che ArcelorMittal adempia alle promesse fatte quando ha acquisito le acciaierie. In questa battaglia non è solo. Nel centro di Zenica sono apparsi dei graffiti sui muri con la richiesta di maggiore protezione ambientale.

“Abbiamo una grande società che è molto più potente di quello dello Stato –  spiega Lemes – quando lo Stato cerca di imporre qualche tipo di pressione su di loro, dicono semplicemente che possono lasciare oltre 2.000 persone  senza lavoro. Il problema è che lo Stato subisce queste minacce”.

Intanto, molti giovani stanno lasciando Zenica in cerca di lavoro e aria pulita. Tra di loro c’è Kanita Bilić, un talentuoso atleta adolescente che si è trasferito in Germania la scorsa primavera. “Voglio correre per vivere e a Zenica non è possibile. Non riesco neanche a respirare quando sono in allenamento. A volte l’aria è così inquinata che sento dolore al petto”, aveva spiegato. Due mesi dopo aver lasciato la città inquinata, Bilić ha vinto il suo primo oro in un imporante concorso di atletica.

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