Taranto: intervista esclusiva ad una vecchia signora (spartana)

Villa Peripato Taranto

Sono molto emozionato e temo di non riuscire a portare a termine questa intervista esclusiva. Mi è stata accordata sorprendentemente ieri pomeriggio mentre passeggiavo in centro e ora temo di aver osato troppo e di non essere all’altezza della situazione. Intervistare per la prima volta questa vecchia signora conoscendo solo in parte la sua storia, il suo modo di pensare, il suo stato sociale ed economico, la sua condizione fisica, non è facile e cadere nella banalità di domande scontate è molto probabile.

Sono comunque giunto, con una notte insonne alle spalle, al posto da lei indicatomi per l’appuntamento, un luogo tranquillo ed ombreggiato in questa calura d’agosto. E allora eccomi in Villa Peripato e lei, elegante nella semplicità di un abito estivo, mi aspetta puntuale e sorridente, invitandomi a sedere sulla panchina all’ombra di un maestoso albero.

“Un gran caldo quest’anno, vero?”, le dico tanto per introdurre un discorso.

“Si, tanto caldo davvero, ma nella mia vita ho sopportato estati ben peggiori di questa, le assicuro. Per fortuna, adesso, l’acqua non manca, almeno nelle case. Ho vissuto epoche in cui la carenza di acqua era drammatica e soprattutto i meno abbienti dovevano faticare molto per procurarsela”. 

“Eh, certo, tempi bui e lontani signora. Ma lei davvero ha vissuto in quelle epoche? Non si offende se le chiedo quanti anni ha? Non vorrei apparire indiscreto”.

“Ma si figuri, giovanotto! L’età non è un problema per me. Anzi, avere tanti anni in più rispetto ad altre mie colleghe è per me un vanto. Sapesse come mi invidiano! Dunque, sono nata nel 706 a.c., almeno così c’è scritto nei libri di storia, sebbene non sia proprio convinta che sia questa la data giusta, ma ormai è impossibile accertarlo con precisione e allora diamola per vera con uno scarto di qualche anno in più o in meno. Ho quindi circa 2724 anni, lo sapeva?”

“Ehm, si signora, lo sapevo, ma volevo la conferma da lei. Sa, ci sono tante leggende sulla sua nascita…”.

“Si, si lo so, Taras, il delfino… Sapesse quanto mi diverte sentire queste storie. Sa, ogni città ha dei miti sulle proprie origini e sono quasi sempre falsi, ma piacciono tanto. La verità è molto diversa, ma si perde nella notte dei tempi e preferisco che resti nel vago per lasciare quell’alone di leggenda che circonda la mia nascita. D’altronde, le sarò sincera, neanche io so con esattezza come sono nata, i miei primi ricordi risalgono a quando avevo già oltre cento anni”.

“Le sue origini vengono dal mare, però. Almeno di questo è certa?”.

“Si, sicuro! Il mare io ce l’ho nel sangue. Chi mi fondò arrivò dal mare e il mio sguardo è verso di esso. Si figuri che ancora mi commuovo alla vista di certi tramonti sul lungomare… Ma lo sa che per tantissimi secoli ho vissuto grazie al mare? Commercio, pesca… quanti ricordi! Ero la città più importante nello Ionio, un porto frequentatissimo”.

“Scusi signora, ma lei dice : “ho vissuto…” , parla come se fosse un tutt’uno con i suoi abitanti. Si identifica con essi?”.

“Che domanda! Ma certo! Siamo un’unica cosa: lei sta intervistando me che le appaio come una signora in carne ed ossa, ma è solo un’illusione che le concedo. Io sono la coscienza di Taranto, l’insieme della storia collettiva di un popolo e delle storie individuali delle persone che dalle mie origini ad ora lo hanno formato. Sono la risultanza di infinite esperienze di gente nata qui e di gente arrivata da lontano, sia in pace che in guerra, che sulle mie coste si è fermata e ha contribuito a trasformarmi lentamente e continuamente, fino ad essere la Taranto che vede e che pensa di conoscere”.

“Mi lascia senza parole, signora. Io che pensavo che una città fosse rappresentata soprattutto dalle strutture architettoniche, dai palazzi, dalle strade e dal territorio su cui insiste…”.

“Eh, certo, anche quello è importante, ma è tutto sommato soltanto la mia veste esteriore, ciò che colpisce soprattutto i visitatori. Però, le confesso, sono abbastanza vanitosa (è un difetto di parecchie città) e mi piacerebbe mostrarmi bella. Ho avuto tempi migliori, periodi in cui c’era più attenzione per il mio look e venivano curati anche i particolari del mio aspetto. Ma che vuole, ne ho passate talmente tante di epoche, perfino in cui ero davvero in decadenza, che adesso comunque non mi pare stia malaccio… Quante invasioni, quante distruzioni ho subìto nei secoli! Ora è da un bel po’ che sto tranquilla e mi va bene…”.

“Si, anche se…”.

“Cosa?”.

“Beh, in verità…, ehm, stando alle classifiche Taranto non sta messa proprio benissimo rispetto alle altre città italiane”.

“Eh, lo so! Uffa! Non sa che rabbia ogni volta che le pubblicano! Ma non è colpa mia! Se fosse per me le cose andrebbero diversamente: più verde, meno inquinamento, più cultura, più legame con la tradizione… Il fatto è che qui ormai non decido più niente io! È la stessa cosa che accadde quando Roma mi conquistò, nel 272 a.c. Le decisioni arrivavano da lontano, come adesso! Certo, quelli erano tempi diversi, decideva la spada, ora decidono le leggi”.

“Si, va bene signora, ma non mi vuol far credere mica che è tutta colpa degli altri se molte cose a Taranto non vanno?”.

“Ma no, ci mancherebbe, tanta colpa è mia, confesso. È che sono molto scoraggiata, mi creda. A volte avrei voglia di cambiare tante cose, tante regole anche, ma poi tutto mi sembra così difficile… Ma vedrà, presto qualcosa migliorerà!”.

“Scusi signora se glielo dico, ma forse è anche un po’ pigra? Sono anni che si aspettano cambiamenti in città…”.

“Si, forse, ma si ricordi che sono la coscienza collettiva di Taranto e non si cambia carattere da un giorno all’altro… Ma ora mi scusi, sono davvero stanca e vorrei lasciarla. E la prego, eviti di pubblicare la mia foto”.

“La lascio signora, solo una curiosità ancora. Ma quanto si sente spartana lei?”.

“Nel mio profondo tantissimo. I secoli mi hanno cambiata, ho indossato tante vesti e la genetica ha fatto il resto. Ma se penso a quegli anni lontani, alle lotte per non essere conquistata…che tempi gloriosi!”.

“Grazie, signora, davvero”.

“Arrivederci, giovanotto, e si sbrighi che le è scaduto il biglietto del parchimetro”.

“Ah, vero, ma come lo sa?”.

“Che razza di domanda mi fa?”.