Taranto: una città in libertà condizionata

TARANTO – Aree industriali, aree militari, aree portuali; aree interdette al pascolo, alla coltivazione, alla pesca, alla mitilicoltura e alla balneazione; aree interdette al gioco e persino aree cimiteriali non utilizzabili. E ancora aree (e arie) puzzolenti, contaminate, da bonificare, aree divenute discariche, aree abbandonate. La storia di Taranto ha visto negli ultimi decenni una diminuzione di spazi e diritti dei cittadini, un progressivo restringimento delle aree fruibili, sia di terra che di mare, e una contemporanea perdita di salubrità ambientale.

Una città compressa fisicamente e giuridicamente, abitata da cittadini interdetti in parte nei propri diritti e nella propria libertà. Un’occupazione vera e propria, quella avvenuta a Taranto, da parte di uno Stato padrone che ha preteso di decidere il futuro economico, urbanistico e sociale di una intera popolazione. Taranto strategica per l’economia e la sicurezza della nazione: lo abbiamo sentito dire più volte. La nostra produzione industriale incide per l’1% circa sul PIL e per questo deve continuare a tutti i costi; la posizione nello Jonio è strategica per la difesa nazionale e per questo la Marina occupa tanta parte di territorio. Taranto, stretta tra industria e Marina, come un liquido compresso si espande dove può, allungandosi a dismisura e coprendo di cemento gli spazi ancora liberi, così come sta avvenendo nelle zone periferiche.

Lama, Talsano, Taranto 2, Cimino hanno visto spuntare palazzi come funghi, portando tanta gente a trasferirsi qui e ad abbandonare le zone più prossime alle industrie inquinanti. Tamburi e Borgo vedono, infatti, un lento e progressivo svuotamento di palazzi non abitati e locali commerciali che inesorabilmente chiudono. Un esempio di politica del territorio completamente sbagliata; ce lo dicono tutti gli indicatori economici, ambientali, sociali, sanitari: disoccupazione record (soprattutto giovanile), reddito pro capite tra i più bassi della regione, centinaia di cassaintegrati. Basterebbe già questo per decretare il fallimento della politica a Taranto.

Ma pensiamo anche all’impossibilità e all’incapacità di puntare su turismo e cultura. I Comuni dell’arco ionico che dovrebbero agire di concerto, sviluppare strategie comuni per promuovere lo sviluppo del territorio non dialogano tra loro. Basti pensare al Parco delle Gravine che non decolla o alla Litoranea che versa nel più completo degrado senza un piano di valorizzazione che coinvolga i Comuni interessati. Degrado ambientale e crisi economica portano anche degrado sociale, inutile negarlo. Tanti giovani lasciano la città per studiare e lavorare fuori, tanti altri si perdono.

Delinquenza e tossicodipendenza – il SERT di Taranto, con i circa 1400 utenti/anno su una popolazione di 200.000 abitanti è tra i più attivi di Italia – sono mali che da tanto affliggono Taranto più di altre città. Senza la pretesa di addentrarci in analisi sociologiche di cui non saremmo capaci ci limitiamo ad osservare che una intera generazione sta vivendo una crisi (non solo a Taranto, ma qui più che altrove) che porta spesso a scelte disperate e irrimediabili. Ci dicono (ultimo in ordine di apparizione il ministro dell’Ambiente Galletti – vedi video, ndr) che tutto andrà meglio, che l’inquinamento cesserà e che dovremo continuare a vivere di grande industria. Sembra di sentire un disco incantato, un ritornello che ci viene ripetuto in continuazione e che prima o poi stancherà proprio tutti, perfino chi ha creduto a questa folle politica industriale.

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