Ilva, il finto mistero sui dati sanitari (nascosti) dei lavoratori

Ilva - cordate incontrano sindacati

ingressoIlvaTARANTO – La “mancanza” di dati sui lavoratori dell’Ilva di Taranto, è uno dei tanti finti misteri di questa città. Eppure, gli studi sui lavoratori del siderurgico, dovevano essere i primi ad essere effettuati. Proprio perché sono i più esposti alle emissioni industriali e perché gran parte di loro risiede nel rione Tamburi, limitrofo allo stabilimento. Eppure, la “Medicina del Lavoro” di studi negli anni dovrebbe averne fatti. O, quanto meno, di dati dovrebbe averne a bizzeffe. Usiamo il condizionale perché come ad esempio nel caso delle screening sui lavoratori del reparto Carpenteria, ARPA Puglia ed AReS continuano ad attendere di poter avere accesso ai dati sanitari dei lavoratori dell’Ilva. (Leggi qui).

Inoltre, bisognerebbe capire i lavoratori presi in esame da quanto tempo lavorano in quel reparto. Perché per effettuare un’indagine epidemiologica scientificamente valida che dimostri il nesso di causalità tra la patologia del singolo lavoratore e la mansione da quest’ultima svolta, è imprescindibile conoscere la storia lavorativa del soggetto in questione, le sostanze con cui è venuto in contatto, il reparto in cui ha lavorato e per quanto tempo è stato ivi impiegato. Tutto questo, ancora oggi, non è stato fatto. E di quei dati, a quanto pare, non c’è traccia. Né pare siano mai pervenuti alla ASL di Taranto. Dove saranno mai finiti? Nel progetto del Centro Ambiente e Salute di Taranto, una delle macroaree di indagine, riguarda proprio la valutazione dell’esposizione a inquinanti di origine industriali in soggetti professionalmente esposti, che riguarderà sia i lavoratori impiegati nei reparti più esposti, che gli operai della cokeria per quanto riguarda le esposizioni agli IPA.

Certo è che qualcosa possiamo comunque dirla. Tornando ad esempio alla perizia epidemiologica di 282 pagine messa a punto dagli esperti Forastiere, Biggeri e Triassi per il Tribunale di Taranto nell’ambito dell’incidente probatorio dell’inchiesta sull’Ilva, nella quale si leggeva quanto segue: “Estremamente interessante appare anche l’analisi del follow-up dei lavoratori che hanno prestato servizio presso l’impianto siderurgico negli anni 70-90 con la qualifica di operaio che ha mostrato un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell’encefalo (+111%)”. “Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica – si leggeva ancora nella perizia – è confermato dall’analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie. L’esame dei dati di incidenza tumorale ha mostrato un aumento, anche se basato su pochi casi, dei tumori del tessuto connettivo sia negli operai (3 casi) che negli impiegati (3 casi) del settore siderurgico ed un coerente incremento di casi di mesotelioma”.

Per avere maggiore chiarezza circa i dati di denuncia ed indennizzo delle malattie professionali infatti, i tre esperti inoltrarono una richiesta all’ufficio legale dell’Ilva. Che rispose con una nota datata 22 novembre 2011, dalla quale si evinceva come l’azienda non fosse in grado di “predisporre statistiche riguardanti le malattie professionali riconosciute ed imputate alla propria posizione assicurativa”. In seguito a tale risposta, nella perizia gli esperti scrivevano a ragione: “Ci si chiede quali informazioni il datore di lavoro sottopone nella riunione periodica ai partecipanti ai sensi dell’art. 35 comma 2 lettera b del Decreto Legislativo n.81/2008, e quali informazioni il medico competente utilizza nella compilazione dell’allegato 3b di cui all’articolo n.40 del D.Lgs. 81/2008”. I periti riscontrarono poi anche un aspetto di cui scrivemmo oltre due anni fa. “I dati presenti nei documenti forniti dall’Ilva tra loro presentano alcune difformità e soprattutto non corrispondono ai dati forniti dall’INAIL relativi al periodo 1998-2010”. Da tale confronto si notava “una differenza sostanziale tra le due fonti e numeri sensibilmente più alti di denuncia nei dati forniti dall’Ilva: ad esempio nell’anno 1998 vi è una differenza di più di 4 volte (377 secondo il DS impianti marittimi dell’Ilva e 85 secondo la banca dati dell’INAIL Taranto)”.

Inoltre, nell’analisi delle malattie professionali denunciate da parte dei lavoratori viene affermato che “il fenomeno delle richieste di riconoscimento di malattie professionali ha un andamento in sostanziale diminuzione”, mentre “la linea di tendenza dei dati INAIL mostra un incremento. I dati relativi alle denunce di malattia professionale non permettono però di avanzare alcun giudizio definitivo sugli elementi di causalità ed ha un valore di tendenza e di rischio percepito dai lavoratori, ma non può assumere un valore assoluto”. Tra l’altro per legge “la denuncia delle malattie professionali deve essere trasmessa dal datore di lavoro all’istituto assicuratore, corredata da certificato medico entro i 5 giorni successivi a quello nel quale il prestatore d’opera ha fatto denuncia al datore di lavoro della manifestazione di malattia”.

A fronte di questa disposizione normativa, i periti scrivevano come “appare ben strano che all’INAIL siano pervenute un numero di denunce significativamente più basso (847 denunce in meno dal 1998 al 2010) di quelle che risultano all’Ilva”. Se ci fosse stata una perdita di denunce nel passaggio dall’Ilva all’INAIL, “considerato che l’analisi delle malattie professionali viene effettuata soprattutto sulle malattie riconosciute, saremmo di fronte ad un’importante e decisiva perdita di informazioni tale da pregiudicare ogni commento”. E la difformità dei dati, fu riscontrata anche per quanto riguarda le malattie da asbesto. Secondo quelli dell’Ilva “le patologie professionali legate ad esposizione lavorativa ad asbesto sono sostanzialmente stabili, mentre dai dati INAIL il fenomeno analizzato appare in aumento, in linea con quanto viene descritto dai dati nazionali” scrivevano ancora i periti. Da allora ad oggi, nulla è cambiato.

Gianmario Leone

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