Restare o partire? – Tarantini al bivio

Partire o restare: sono entrambe scelte coraggiose e degne di rispetto. Partire non è una fuga, restare non è una rinuncia. Partire è un azzardo, così come lo è il semplice restare.  Partire è un doloroso sradicamento, restare è imbattersi nelle macerie di una città da ricostruire. Partire è confrontarsi con l’ignoto, restare è battersi contro ciò che è noto. Lo penso mentre inciampo nei tentennamenti di Alberto, supervisore in un call center. “Farei carte false pur di andarmene da qui. Da questi fumi. Da questi veleni che annientano la speranza”.

Lo dice da una vita, ma non lo farà mai. Gli manca il coraggio, la fiducia in se stesso. Quella fantastica alchimia chiamata autostima.  “La mia laurea in Scienze della Comunicazione è soltanto carta straccia – ama ripetere –  in questo settore non farò mai strada”.  Per Paola, invece, la rassegnazione non esiste: “Se questa laurea non mi serve, allora me ne prendo un’altra”. Detto, fatto. Ora è igienista dentale a Milano e guadagna discretamente. Non è più una precaria che tenta l’azzardo del giornalismo, ma una professionista realizzata. La passione ha ceduto il passo alla concretezza, il sogno si è arreso al pragmatismo. Una strada senza ritorno? Chissà.

A Torino lavora Elena, insegnante precaria nell’attesa (infinita?) del ruolo.  A fine l’estate, come ogni anno, è salita sul pullman che la riporta su. Nel suo sguardo il magone di chi si lascia dietro un pezzo di cuore: la mamma, i fratelli, gli amici più cari. La loro assenza, durante l’inverno, peserà come un macigno. Ma è nel cuore del Piemonte che conquista nuove certezze e la fierezza di fare il lavoro che più le piace. Una supplenza che arriva dopo settimane di palpitante attesa regalandole una gioia ogni volta imprevista e per questo più gradita.

Tornerà mai a Taranto? Chissà. Fabiana lo ha fatto dopo aver girato l’Italia e l’Europa. Si è misurata con le asperità di una lingua straniera. Ha domato le inquietudini legate alla lontananza. Ha pianto di solitudine e gioito per le sue conquiste, senza mai recidere il cordone ombelicale con la sua terra. Così è diventata grande. A casa è tornata adulta e consapevole. Pronta a raccogliere una nuova sfida: condurre un’attività famigliare di lunga tradizione. E chi la conosce bene sa che ce la farà.

Poi c’è Michele, tarantino con le radici piantate nell’inferno. Raramente si è mosso oltre il perimetro dal quartiere Tamburi. Non ha mai pensato di fare domanda in Marina. La divisa gli sarebbe andata troppo stretta. E non ha mai pensato di chiedere una raccomandazione per entrare in Ilva. La tuta lo avrebbe soffocato. Ma soffocato si sente comunque, anche senza quella tuta. Michele lavora dietro il bancone di un bar. Per quanto tempo ancora? Se lo chiede ogni giorno. Ed ogni giorno prende tempo. Come tanti, in questa città.

Infine, ci sono le persone come Roberto, Simona, Luca, Daniele, Alessio. Si fanno in quattro per rendere migliore il loro pezzo di mondo. Precari votati al sacrificio, ancora innamorati di una città che spesso si fa odiare. Tra un lavoretto e l’altro, se sono fortunati, percepiscono l’indennità di disoccupazione. Sostegno al reddito, lo chiamano così, ma dura solo qualche mese. Il tempo di realizzare che hai un’entrata, seppur minima, ed è già finita.  Roberto, Simona, Luca, Daniele e Alessio si intestardiscono in piccoli (grandi) progetti che stentano a decollare. Ci mettono cuore e anima. E ci provano ancora, nonostante tutto. Sono germogli di speranza in attesa di partire. O restare.

Alessandra Congedo

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