Guardiamo al futuro – Gli inceneritori non sono l’unica strada possibile

TARANTO – Dopo essere venuti a conoscenza della determinazione del dirigente del Servizio Ecologia regionale Antonello Antonicelli del 13 gennaio 2012, pubblicata sul bollettino ufficiale della Regione Puglia (BURP 21 del 09.02.2012), che dichiara parere favorevole di compatibilità ambientale per il progetto concernente la realizzazione di un “Impianto di stoccaggio ed incenerimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi” all’interno di un impianto industriale esistente ed ubicato in agro di Taranto in Contrada Santa Chiara, la domanda che ci siamo posti senza riuscire a trovare un’adeguata risposta è: perché?
Perché la Regione Puglia, con il silenzio della Provincia e del Comune di Taranto, autorizza la realizzazione di un impianto di stoccaggio ed incenerimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi (che avverrà tramite due linee di incenerimento per complessive 8.500,00 t/anno di cui 25,80 t/giorno mediante due forni della potenzialità di 10,80 t/g. e 15,00 t/g., dotati di linee di trattamento fumi combinate secco ed umido) nell’area industriale di Taranto già soffocata dalla presenza di Ilva, Eni e Cementir (che avrà anch’essa nel prossimo futuro il suo bell’inceneritore), ed a pochi km dall’inceneritore APPIA Energy di Massafra di proprietà della CISA e Gruppo Marcegaglia (che proprio in questi giorni ha chiesto il raddoppio dell’esercizio con una seconda linea da altrettante 100,000 t/a), da quello pubblico di Statte AMIU “Città di Taranto” e dalla discarica “Italcave” ubicata a poche decine di metri dall’Ilva e situata sulla strada tra Taranto e Statte?

Possibile che un ente regionale non si renda conto che autorizzare un nuovo inceneritore in questo territorio, sarebbe né più né meno come sparare sulla Croce Rossa? Possibile che la Provincia ed il Comune di Taranto, sollecitate per ben due volte dalla Regione nell’esprimere il loro parere durante il procedimento di V.I.A., non abbiano trovato il tempo, la voglia, l’interesse, il dovere morale di prendere posizione e magari di negare la loro autorizzazione all’ennesimo scempio ambientale da autorizzare sul nostro territorio? E poi: possibile che le nostre istituzioni, con sindacati annessi che in questi casi si danno puntualmente alla latitanza, non riescano a guardare oltre il classico e oramai superato ciclo industriale, che si tratti di acciaio, petrolio, cemento o rifiuti?

Sì, perché oltre a denunciare e criticare, il nostro ruolo prevede anche quello di provare a proporre delle valide alternative economiche e non da seguire per uscire dalla monocultura industriale. Ed allora, partiamo da una semplice domanda: è vero che non ci sono al momento alternative alla costruzione di nuovi inceneritori? La nostra risposta è assolutamente no. Seconda domanda: quali sono le reali e praticabili alternative da seguire? La via maestra sarebbe quella di creare un ciclo integrato che comprenda da una parte la raccolta differenziata porta a porta (raccolte differenziate spinte che arrivino al 65-70% ed anche oltre, come ad esempio avvenuto a Salerno dove hanno raggiunto il 75%), e dall’altra il servirsi impianti di compostaggio per l’organico e per lo smaltimento della parte non riciclabile il trattamento biologico. Troppo semplice? Assolutamente, no. Gli impianti che trattano rifiuti non riciclabili senza bruciarli sono di due tipi: aerobici e anaerobici ed hanno il compito di biostabilizzare questi rifiuti con processi che essiccano la parte non riciclabile eliminando la parte putrescibile. Lavorano a temperature che vanno dai 40° a 60° cioè senza bruciare e quindi evitando le emissioni proprie degli inceneritori, diossina in primis.

L’aria, invece, viene trattata con biofiltri, mente ci sono impianti di trattamento biologico che producono anche attraverso il biogas. Negli inceneritori, invece, ogni 100 tonnellate bruciate – oltre alla emissione di nanopolveri prodotte dalle alte temperature, alle diossine e ad altre sostanze nocive – rimangono circa il 30% di ceneri tossiche da stoccare in discariche speciali per rifiuti tossici. Con il trattamento biologico, invece, la massa di ciò che entra a trattamento biologico cala del 40%. Dunque, su 100 tonnellate di rifiuti inorganici non riciclabili alla fine del ciclo avremo materiale compatto, biostabilizzato e non putrescibile pari a 60 tonnellate, senza bruciare nulla di questi materiali.

Terza domanda: cosa fare della parte restante? Siamo costretti a bruciarla? Assolutamente, no. Sono perseguibili diverse vie. Trattandosi di materiale stabilizzato, non putrescibile, può essere stoccato in discariche normali più piccole. Oppure può anche essere mischiato a torba per ricoprire discariche avendo un impatto bassissimo a livello ambientale rispetto ai rifiuti putrescibili immessi nelle discariche o negli inceneritori. In Europa, ovviamente, ci sono stati come Germania e Svezia molto avanti in questo ambito, visto che hanno anche pensato un possibile impiego-riciclo del materiale trattato biologicamente come componente per le costruzioni stradali, ad esempio barriere anti-rumore isolate e ricoperte con torba ai lati di grandi arterie (autostrade, tangenziali etc). Ma la verità è che dietro gli inceneritori c’è un flusso di soldi tutt’altro che contenuto e che fa gola a molti. Il ragionamento è molto semplice: gli inceneritori frenano le raccolte differenziate spinte perché per questo tipo di impianti quel che conta è la quantità di materiale che si brucia in essi. Il fatturato è infatti in funzione della quantità: perché mai, quindi, intercettare i flussi delle differenziate per fare riciclaggio e recupero?

Seguire questa strada alternativa, nonostante positiva per l’ambiente, andrebbe contro la solita logica economica di massimizzazione dei fatturati ottenibile solo con l’incenerimento di tutto ciò che è scartato dalla nostra società, anche se trattasi di materiale riciclabile o riutilizzabile. Come detto anche ieri, non bisogna dimenticare che gli inceneritori godono di finanziamenti pubblici (Cip6): i Cip6-Certificati Verdi, è un sistema di finanziamento agli inceneritori e alle raffinerie che per la legge sono state spacciate come “fonti rinnovabili ed assimilate” e vengono direttamente pagate dai cittadini nella bolletta Enel alla voce A3. Il bello è che l’Unione Europea da tempo chiede di fermare questi finanziamenti, proponendo di puntare sulle altre fonti rinnovabili. Ma i nostri politici tutto questo fanno finta di non saperlo.

Infine, veniamo alle note dolenti. Quelle che più ci toccano da vicino: ovvero i risvolti in termini di inquinamento. Per quanto riguarda l’estrazione delle ceneri, in un inceneritore le componenti dei rifiuti non combustibili (circa il 10% del volume totale ed il 30% in peso, rispetto al rifiuto in ingresso) vengono raccolte in una vasca piena d’acqua posta a valle dell’ultima griglia. Le scorie, raffreddate in questo modo, sono quindi estratte e smaltite in discariche speciali, mentre le polveri fini (circa il 4% del peso del rifiuto in ingresso) intercettate dai sistemi di filtrazione sono normalmente classificate come rifiuti speciali pericolosi. Per ciò che concerne invece il trattamento dei fumi, dopo la combustione i fumi caldi passano in un sistema multi-stadio di filtraggio, per l’abbattimento del contenuto di agenti inquinanti sia chimici che solidi. Dopo il trattamento e il raffreddamento i fumi vengono rilasciati in atmosfera a circa 140° C. Attualmente, nessun sistema di filtraggio oggi disponibile sul mercato è in grado di trattenere le particelle inquinanti (particolato) con diametro inferiore ai 2,5 nanometri: è questo, tra i tanti, il principale problema di qualunque inceneritore ed allo stesso tempo la causa di un inquinamento a noi ancora “sconosciuto” (i misuratori di particelle inquinanti arrivano a misurare solo diametri superiori). E di tutto questo nuovo inquinamento sconosciuto, sinceramente, non ne sentivamo affatto il bisogno.

Gianmario Leone

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